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Tony Manero

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 14-01-2009

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tonymanero Tony ManeroCile, 1978, nel pieno della dittatura di Pinochet. Raul Peralta, disoccupato cinquantaduenne, ha un sogno nel cassetto: imitare alla perfezione il John Travolta di “La febbre del sabato sera” e farsi incoronare in televisione come il Tony Manero cileno. Tanto da rivedere continuamente il film e ripetere tutti i passi di ballo proposti nella pellicola. Una, per quanto stupida, magnifica ossessione? Non magnifica, tutt’altro: perché per perseguire il suo scopo Raul è disposto a tutto. E così, in un girotondo di tre donne di età  diversa che gestiscono una scalcinata cantina/night club e che misteriosamente l’adorano nonostante la sua conclamata impotenza, il protagonista non esita davanti a nulla – sopraffazione, furti e omicidio compresi – pur di raggiungerlo. Fino al giorno della gara televisiva, che però non avrà  l’esito previsto…

Tony Manero, opera seconda del cileno Pablo Larrain, arriva sugli schermi italiani preceduto da un curriculum di tutto rispetto: ottima accoglienza alla Quinzaine dello scorso Festival di Cannes e addirittura due premi – miglior film e miglior attore – al Torino Film Festival 2008. Premi meritati, va detto, e la pellicola è di quelle da vedere, seppur con qualche distinguo. Distinguo reso necessario vuoi dalla forma – il regista si rifà  chiaramente al Dogma lanciato qualche tempo fa da Von Trier, per cui macchina a mano e colori spenti fino al vomito dominano il girato – vuoi, soprattutto, dalla sostanza. Ché, partendo da uno spunto che potrebbe far pensare a una commedia, Larrain dà  vita a un apologo per stomaci forti – e menti allenate – sulla inevitabile deriva valoriale e di comportamenti che caratterizzano l’instaurazione di una dittatura. Non siamo tenuti a sapere quale sia stato il vissuto di Raul, cosa l’abbia portato alla sua mania: la stessa ci viene mostrata hic et nunc, così come hic et nunc osserviamo gli effetti della dittatura militare. Scoprendo che il protagonista in fondo non fa altro che replicare a livello microcosmico quanto vede accadere intorno a lui, semmai portandolo alle estreme conseguenze più per abitudine che per scelta cosciente. Se un gruppo di teppisti picchia per strada un’anziana per derubarla, il passo successivo può ben essere quello di ucciderla per impossessarsi di una tv a colori: se l’arbitrio poliziesco impera con tanto di brutalità  ed omicidi gratuiti, essere brutali ed uccidere per qualcosa – per quanto quel qualcosa possa sembrare ridicolo – appare giustificato. Uomo a una dimensione nel senso più classico del termine, Raul Peralta non fa altro che incarnare il sogno finale di ogni regime totalitario: un uomo nuovo ferocemente ed unicamente teso al soddisfacimento egoistico, pronto a farsi plagiare dall’offerta di modelli culturali inoffensivi e “globali” (e che l’ossessione di identificazione scatti nei confronti di Tony Manero, oltre che sociologicamente e storicamente corretto – chi ricorda il breve ma intenso fenomeno dei “travoltini” che impazzò per qualche tempo anche dalle nostre parti? – dice anche qualcosa sul servaggio culturale nei confronti degli USA) e per questo serenamente, inconsciamente verrebbe addirittura da dire, disposto all’abbandono di qualunque scrupolo morale, di qualunque ipotesi solidaristica. Il tutto raccontato con uno stile solo apparentemente cronachistico e dimesso, in realtà  tramato da un umorismo acre e nerissimo e da qualche accensione in puro stile “teatro della crudeltà ”. E il protagonista, Alfredo Castro, sorta di Al Pacino incarognito e sovrappeso, vale qualunque premio gli venga tributato. Non per tutti i gusti, torno a ripetere: ma può davvero valerne la pena.

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