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Australia

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 14-01-2009

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australia AustraliaInghilterra, 1939. Preoccupata che la prolungata assenza del marito nasconda più una questione di tradimento che di affari, l’aristocratica Sarah Ashley parte alla volta di Darwin, Australia, per raggiungerlo. Ad attenderla trova subito un mandriano rozzo ma alquanto macho, e dopo un lungo viaggio un paio di brutte sorprese: il consorte è stato ucciso e la proprietà  sta andando in rovina a causa di un contabile alcoolizzato e di un responsabile infido, legato a doppio filo a un barone del bestiame ben deciso a sbarazzarsi di tutti i possibili rivali del suo monopolio. Ma, aiutata dal mandriano di cui sopra, Sarah decide di scortare una mandria di 1500 capi fino a Darwin. Nel viaggio troverà  pericoli di ogni genere, l’affetto del giovanissimo meticcio Nullah, l’amore. Ma siamo solo agli inizi della storia, destinata a concludersi solo dopo l’entrata del paese nella seconda guerra mondiale…

Domanda(retorica, avverto): ha senso fare un film di soli clichés, di situazioni tipiche che si sviluppano esattamente come previsto ma che riescono egualmente ad emozionarci? Sulle prime, la risposta sarebbe affermativa: in fondo capi d’opera come Casablanca e Via col Vento non erano nulla di diverso, e traevano la loro immortalità  proprio da un assemblaggio esasperato di situazioni “da manuale” la cui tenuta (e accrescimento mitico/narrativo) complessiva finiva col travalicare e rendere in qualche modo archetipici gli stereotipi di partenza. E quindi Australia, ultima fatica di Baz Luhrmann e film più costoso della storia produttiva del cinema Aussie, almeno sulla carta poteva starci tutto, tenuto anche conto della dichiarata ambizione di essere il Gone with the wind, se non proprio del millennio, almeno del XXI secolo. Ma ci sono almeno due differenze rispetto ai titoli citati. In primo luogo, un problema di media: smaccatamente “tipici”, Casablanca e Via col vento erano però nuovi al cinema, traendo i loro modelli dal feuilletton e dalla letteratura in genere. In secondo luogo, la loro forma era ancora “classica”, tesa a riproporre sullo schermo suggestioni e indirizzi adattandole al nuovo mezzo espressivo ma senza la presunzione che lo stesso potesse cambiarne le valenze. Ma nel frattempo siamo nel postmoderno – e probabilmente non c’è director più postmoderno del Luhrmann che già  ci diede Ballroom e Moulin Rouge – e a prevalere sono ironia, citazionismo e distacco. Che non possono essere superati solo con un gesto – o un filmare – volontaristico.

Premessa metodologica un po’ lunga – e spero non troppo noiosa – per dire che Australia non è un bel lavoro. Intendiamoci, il cast almeno sulla carta ci sta tutto – Kidman, “breaker morant” Bryan Brown, persino la “terza scelta” (parole non mie ma del regista, che avrebbe voluto prima Crowe e Ledger) Jackman se la cava mostrando bicipiti e laconicità  eastwoodiane : peccato che non sembri più convinto che per una recita di pupi. E un paio di sequenze (la carica della mandria verso il precipizio, l’annegamento della madre di Nullah) sono di pura maestria registica. Ma a latitare è il senso dell’operazione, privo di vita propria soffocato com’è dai troppi riferimenti cinefili. Che vanno da Tara al Fiume rosso, dalla mia Africa a Un uomo tranquillo fino ad arrivare – non si sa quanto sinceramente, anzi se ne dubita – alla Generazione rubata con esibito e assolutorio senso di colpa nei confronti dei nativi, rischiando anche (e perdendo, va detto) il confronto con le bombe giapponesi su Pearl Harbour. dello sciagurato Michael Bay. Il tutto per quasi tre interminabili ore, nettamente – ma non credo volontariamente – divise in due parti di cui la prima curiosa e la seconda decisamente noiosa. La riprova che non bastano alcuni magnifici momenti di cinema per fare un film, la dimostrazione a contrario che realizzare un sogno (e sono perfettamente disposto a sottoscrivere le dichiarazioni del regista in tal senso) non necessariamente conduce al capolavoro dell’autore, anzi. E i pur magnifici panorami – questi sì filmati con abbandono, a differenza di una vicenda chiaramente studiata a tavolino per mettere il “massimo di tutto” – consolano l’occhio ma non il cervello. Squilibrato, eccessivo nel senso sbagliato del termine, paradossalmente “scolastico” – un bigino della Hollywood che fu, indagato con passione ostinata ma senza reale coinvolgimento – Australia è uno spettacolo da domenica pomeriggio, di quelli che piacevano tanto alla nonna, sempre che davvero non si abbia di meglio da fare. Lo spettatore è avvertito: si accomodi in poltrona solo se versa nelle sopraddette condizioni.

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