Un matrimonio all’inglese
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 08-01-2009
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Inghilterra, fine degli anni ’20. Larita, divorziata statunitense divenuta nota per essere la prima donna ad aver vinto il Gran Premio di Montecarlo, sposa d’impulso il giovane John Whittaker, rampollo di nobile famiglia inglese ansioso di presentarla ai suoi nell’avita residenza del Surrey. Potenzialmente una situazione da fiaba: se non fosse che la famiglia, con la parziale e ombrosa eccezione del sardonico suocero, non sembra particolarmente soddisfatta della scelta controcorrente di John. In particolare Mrs. Whittaker, lady di ferro in guanti di velluto, che sognava per il figlio un matrimonio con la figlia del dirimpettaio in modo da unificare le proprietà . E che, soprattutto, aborrisce l’idea che i neo sposi possano andare a vivere a Londra disinteressandosi degli affari familiari. Tra le due donne comincia così una guerra di nervi solo apparentemente in punta di fioretto. Guerra che sembra destinata a risolversi in favore della matriarca, causa una scioccante rivelazione proveniente da oltreoceano: ma il finale sarà inaspettato…
Dopo un’opera seconda che aveva fatto il botto come Priscilla, la regina del deserto (1994) e il flop immeritato di Lo sguardo (1999), l’australiano Stephan Elliott era letteralmente scomparso dagli schermi. Ci torna dopo un decennio con Un matrimonio all’inglese (ma il titolo originale, Easy Virtue, era decisamente più calzante: peccato, come spesso accade da queste parti), già presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma. Scommessa rischiosa: non solo e non tanto per la derivazione da un testo di Noel Coward – autore decisamente anni’20 e “insopportabilmente” brillante, di quella brillantezza che si può cogliere interaamente solo sul palcoscenico – ma anche per la sua natura di remake dell’opera di Hitchcock del 1927. Per confrontarsi con certi nomi ci vuole, oltre al coraggio, anche una piena padronanza dei propri mezzi: va riconosciuto che, senza strafare, Elliott dimostra di averne più che a sufficienza. Senza gridare al capolavoro – sarebbe davvero esagerato – Un matrimonio all’inglese è infatti uno di quei titoli che si vedono volentieri. Il regista (e sceneggiatore, non va dimenticato) evita accuratamente la trappola del teatro filmato sempre possibile in pellicole del genere, dimostrando un vero e proprio gusto per l’invenzione spiazzante, tanto a livello visivo (si vedano i bei titoli di testa o i continui ricorsi a immagini colte da superfici riflettenti, dalle lenti degli occhiali alle palle di biliardo) quanto e soprattutto sonoro (le rielaborazioni in chiave swing di pezzi come Car Wash o Sex Bomb, perfettamente – per quanto all’apparenza incongruamente – collegate alla rappresentazione). Rielaborando i dialoghi fin troppo puntuti del testo originario in modo da renderli fruibili – e divertenti – anche per il pubblico di oggi. E con in più l’atout, formidabile, di un cast affiatatissimo e molto british nel senso migliore del termine: cast che, se conferma la bravura di Colin Firth e Kristin Scott – Thomas rivela una insolita tenuta in chiave comica della Biel, davvero difficile da profetizzare prima della visione. Se si dovesse riassumere il tutto con un aggettivo, potrebbe essere arguto: se cercate qualcosa del genere precipitatevi. Non vi deluderà .


