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L’ospite inatteso

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 07-12-2008

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lospite inatteso Lospite inattesoWalter Vale è un Wasp sulla sessantina. Professore universitario senza più interessi per quel che insegna (replica lo stesso corso sulla globalizzazione da vent’anni), vedovo di una pianista che cerca invano di ricordare prendendo inutili lezioni di piano, vive nel Connecticut cercando solo di limitare i danni. Ma quando è costretto ad andare a New York per commentare un libro firmato ma scritto da un altro la sua vita cambia. Non solo perché conosce Tarek e Zainab, coppia straniera (lui siriano, lei del Senegal) che senza saperlo ha occupato il suo appartamento nella Grande Mela. Ma soprattutto perché Tarek, che nel frattempo l’ha iniziato al tamburo, viene arrestato in metropolitana. Il che non sarebbe un grosso problema, se non fosse che è un immigrato irregolare. Sollecitato anche dalla comparsa sulla scena di Mouna, madre del giovane, il professore tenterà  di tutto per farlo uscire dal centro di detenzione del Queens in cui è stato tradotto. Ma i risultati non saranno felici…

Non è detto che ci riusciate, perché viene distribuito in poche copie e in pratica soltanto nelle città  capozona. Ma, se appena ne avete la possibilità , correte a vedere L’ospite inatteso (ma il titolo originale, The Visitor, era più ricco di senso e più adatto: transeat, stavolta non è andata nemmeno troppo male). Non tanto perché si tratta di uno dei film più premiati dell’anno – nel palmarés Sundance, Festival di Mosca e di Deauville – ma soprattutto per il suo essere civile e pensoso, cosa sempre più rara nel cinema odierno. Thomas Mc Carthy è forse più noto come attore che come regista (in precedenza solo il semi – sconosciuto The station agent) ma di sicuro ha un’idea di cinema robusta e tutt’altro che banale. Idea che si concretizza in una sceneggiatura di estrema linearità  â€“ potete vedere il film e rivederlo: non troverete alcuna forzatura di script– e in una regia aliena da ogni effettismo ma capaci entrambi di trasmettere un discorso sull’America di una radicalità  toccata nel passato recente solo dall’Haggis di Nella valle di Elah e dal De Palma di Redacted. Con una differenza ulteriore, ed estremamente importante: se i guasti denunciati dai due film precedenti assumevano come punto di partenza dello smarrimento d’ identità  degli Stati Uniti – e, soprattutto, del loro “sogno” – la guerra irachena, qui il sogno è stato avvelenato direttamente dall’11 settembre. Per cui la “sicurezza” si traduce in sordità  alle ragioni dell’altro ed arbitrio poliziesco, la diversità  viene vissuta a priori come minaccia, la tanto conclamata democrazia non conduce ad esiti diversi da quelli di qualunque mediocre regime dispotico. “E’ come in Siria”, dice ad un certo punto la sconsolata Mouna con cui il timido professore inizia una storia d’amore destinata a non concretizzarsi: il dramma è che i fatti spingono a darle ragione. La vista dal traghetto che conduce a Staten Island mostra dapprima l’assenza delle Torri Gemelle, poi una Statua della Libertà  mai visitata nemmeno dall’americano: e la bandiera statunitense, ricorrente lungo la pellicola, alla fine svanisce in una semplice dissolvenza in bianco. Immagini in grado di suggellare – seppellire, verrebbe da dire – nella loro capacità  di sintesi, ore ed ore di dibattiti televisivi: ma proposte sempre con un pudore al limite del minimalismo, un sottotono costante che si traduce in una sorta di basso continuo,che spinge senza parere ad un’identificazione spasmodica coi protagonisti all’ attesa dell’esito finale. Che, per quanto inevitabile e previsto, lascia l’amaro in bocca: la terrà  dell’abbondanza è diventato un paese meschino, dove una lettera spedita vent’anni prima decide del futuro. Recitato eccezionalmente non solo da Richard Jenkins -coeniano minore per la prima volta protagonista che compie uno straordinario lavoro di aggiunta progressiva d’ espressione ed emozione candidandosi fin d’ora alla nomination Oscar 2009 – ma anche dalla Hiam Abbas che vedremo presto ne Il giardino di limoni – l’Ospite inatteso è un film da vedere, senza se e senza ma: non foss’altro, per riflettere su uno stato delle cose.

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