Courmayeur: si entra nel vivo
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 07-12-2008
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Entra nel vivo la rassegna noir di Courmayeur, dopo i primi giorni di rodaggio.
Ieri, primi premi consegnati per la parte letteraria della rassegna: il premio Scerbanenco, destinato a giovani promesse dell´editoria noir nostrana, è andato a Paola Barbato, caldamente caldeggiata da un veterano del Festival come Andrea G. Pinketts, per il libro “Mani nude”, mentre il prestigioso Premio Chandler è invece stato vinto dall´autrice spagnola Alicia Jimenez Bartlett.
Donne in auge, quest´anno a Courmayeur.
Lo dimostra anche l´ottimo lungometraggio proiettato ieri sera in concorso, Frozen river, diretto dalla regista Courtney Hunt (che ha aspettato 10 anni perché un suo corto, dallo stesso titolo e sullo stesso tema, venisse prodotto, seppur da una casa indipendente low-budget) e magistralmente interpretato da Melissa Leo e Misty Upham. Il film è una livida storia di amicizia e solidarietà femminile fra 2 madri sole e in cerca di espedienti per sopravvivere, in una terra inospitale al confine tra Stati Uniti e Canada ove l´unico modo per arrotondare un magro salario sembra essere quello di contrabbandare clandestini cinesi oltrepassando un fiume ghiacciato (da cui il titolo). Il film, che ha il buon biglietto da visita di vincitore del Sundance Festival, è antiretorico, asciutto e dolorosamente realistico; in un contraltare di silenzi e frasi smozzicate, si arriva al nocciolo di vicende vere, vissute sulla pelle di personaggi disgraziati ma del tutto dignitosi. Speriamo che possa avere una distribuzione italiana: intanto, crediamo si candidi in maniera autorevole come vincitore assoluto della rassegna.
Altrettanto non possiamo dire, purtroppo, del secondo film italiano in concorso, Sono viva, un´opera prima diretta dai fratelli Dino e Filippo Gentili, già rodati negli anni come sceneggiatori di fortunate serie tv (Distretto di polizia, RIS) e film di Faenza e Lizzani. La notte allucinante di un operaio sull´orlo del suicidio, indotto per soldi da un amico a vegliare il cadavere di una sconosciuta, figlia di un magnate, morta per cause non del tutto precisate, è un susseguirsi di colpi di scena, agnizioni e scomparse, fino a una fine consolatoria e speranzosa. L´idea, già di per sé vagamente peregrina, è abbruttita da una sceneggiatura che definire vergognosa sarebbe un complimento, per quanto è inverosimile, sciatta, banale, e a nulla valgono le interpretazioni generose di attori quali Giovanna Mezzogiorno e Giorgio Colangeli. Il cinema italiano, che faticosamente sta cercando una via per risalire, non ha davvero bisogno di questi incidenti di percorso (peraltro finanziati dai soldi statali, nonostante problemi burocratici di ogni tipo): un simile film somiglia a un pastrocchio estetizzante, simile a certe “franceserìe” anni ´80 colme di situazioni imbarazzanti per la loro nulla imbecillità , e non riesce neppure nel tentativo, minimo, di inchiodare lo spettatore alla poltrona nell´attesa di come possa andare a concludersi una simile vicenda.
La notte valdostana è divenuta un incubo, secondo le aspettative e le tradizioni di questo Festival (ricordiamo l´anno scorso la presentazione dello splendido, e purtroppo ancora inedito, Diary of the dead di Romero), con la proiezione di mezzanotte di Quarantine. Il film, rifacimento americano, diretto dai fratelli (è una costante!) John Eric e Drew Drowdle, del fortunato horror spagnolo REC (presentato a Venezia nel 2007), punta dritto allo stomaco dello spettatore attraverso il viaggio di una piccola troupe televisiva, al seguito di un camion dei pompieri, in un allucinante edificio losangelino dove sembra scoppiata un´epidemia di rabbia fra i condomini. Il trasporto in ambiente americano dona una patina meno indipendente al film, e rivitalizza la vicenda portandola su un piano meno soprannaturale (ma non per questo meno inquietante). Si salta sulla sedia spesso e, per quanto possibile, volentieri, e gli interpreti danno il massimo per trasferire allo spettatore l´angoscia di uno spazio ineluttabilmente claustrofobico. Le variazioni rispetto all´originale rendono la vicenda a volte troppo granguignolesca, e l´idea mostra a volte la corda (e d´altronde, da Blair witch project in poi, qualsiasi idea che si sviluppa su un piano simile ha bisogno di una storia molto forte per essere davvero interessante), ma il film si snoda avvincente fino a una fine annunciata e, per fortuna, per nulla consolatoria.


