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18 anni di Noir in Festival

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 06-12-2008

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images 18 anni di Noir in FestivalIl Noir in Festival di Courmayeur diventa maggiorenne, compiendo 18 anni. E lo fa con la consueta capacità  di sottotono che caratterizza da sempre la manifestazione, immersa in un placido e naturalmente terribile scenario montagnoso (come sempre impreziosito da neve che scende copiosa), che da solo fa da perfetta cornice ai misteri, spesso orrorifici, mostrati a spettatori e accreditati.

Il festival è partito giovedì 4 dicembre e terminerà  mercoledì 10, e ha due grandi pregi, divenuti ormai marchio di fabbrica imprescindibile: il primo, quello di unire letteratura e cinema noir (inteso quest´ultimo nella sua più ampia accezione) in un connubio felice e spesso foriero di prospettive unitarie nella visione (viene da pensare alla presentazione, svoltasi l´anno scorso, del film di Gabriele Salvatores, “Come Dio comanda”, tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti e in uscita in questi giorni); l´altro, impagabile, quello di offrire incontri con autori altrimenti irraggiungibili e proiezioni anche a orari impossibili (quelle di mezzanotte sono le più ambite!) nel segno della totale gratuità .
Ieri a impreziosire la prima vera giornata piena di festival sono stati 2 film italiani (il primo evento speciale, il secondo in concorso) e un film americano, tutti in qualche misura assai degni di nota.
Il primo è stato Una storia semplice, film diretto dal 1991 da Emidio Greco, cui nei prossimi mesi il Muyseo del Cinema di Torino dovrebbe dedicare una retrospettiva completa. Cineasta lontano dai riflettori, di un rigore formale antico e dal piglio intellettuale, Greco ha prodotto ben pochi film nella sua carriera più che trentennale (l´ultimo, L´uomo privato, è stato presentato nel 2007 alla Festa del Cinema di Roma). Quello presentato a Courmayeur è giustamente il più famoso: sia per l´interpretazione straordinaria di Gian Maria Volontè (all´ultima apparizione sugli schermi italiani prima della morte), sia per un impianto stilisticamente ineccepibile, che poco ha tolto al romanzo breve di Sciascia da cui è tratto, evidenziandone anzi gli aspetti quasi metafisici, in un continuo gioco tra Bene e Male per il ristabilimento di una verità  che tutti vorrebbero omettere.
E´ destinato a far discutere, invece, per i pochi che lo hanno visto e per gli ancor meno che, temiamo, lo vedranno, Se sarà  luce, sarà  bellissimo, il film sul terrorismo brigatista con cui torna a far parlare di sé Aurelio Grimaldi, che dopo gli inizi promettenti (ricordiamo Le buttane, Rosa Funzeca e La discesa di Aclà  a Floristella) aveva deviato verso un esibizionismo fine a se stesso e mal riuscito anche da un punto di vista visivo oltreché narrativo (Il macellaio e La donna lupo). Il film, che in realtà  è pronto in una copia in digitale con molte pecche sia visive che sonore (la produzione è stata travagliatissima e tuttora la copia non è conclusa), racconta un pezzo fondamentale di storia italiana che va dal rapimento alla morte di Aldo Moro. A differenza di chi lo ha preceduto (Ferrara e Bellocchio soprattutto), Grimaldi sceglie un punto di vista estremo, mettendo in prima luce le colpe di tutti (partiti, istituzioni, polizia, sindacati, oltre brigatisti) in una situazione paradigmatica che si pone come spartiacque di un modo di intendere i rapporti sociali. Il film è un concentrato continuo di “processi” fra istituzioni di ogni genere e imputati, ma riesce a emozionare grazie a una sceneggiatura che sa evitare di essere verbosa, pur prendendo spunto da fatti di cronaca, lettere e atti giudiziari dell´epoca. Si tratta di un film che, non facendo sconti a nessuno (nemmeno a chi, ingenuamente, gridava “Né con lo Stato, né con le BR!”), ristabilisce con clamore una verità  storica scomoda e facilmente da porre sotto il tappeto dell´ipocrisia dominante. In questo senso, è un film necessario (magari sfrondato da alcuni eccessi che ne appesantiscono la struttura nella parte centrale), e pertanto temiamo fortemente che non uscirà  mai sugli schermi né, men che meno, in televisione
A mezzanotte, per stemperare il grigiore di film in qualche modo disturbanti (i due di cui abbiamo parlato) o del tutto inutili (The american trap di Charles Binamè, ennesimo, e purtroppo mal riuscito, film sull´assassinio di Kennedy, che lega l´uccisione ai loschi traffici di faccendieri legati alla Cuba pre-Castro), si è assistito a un delizioso divertissement , My name is Bruce. In cui Bruce Campbell, attore feticcio dei primi horror di Sam Raimi e successivamente protagonista di B-movie horror da culto, dirige se stesso nella parte di se stesso che viene chiamato, in quanto super-eroe che sconfigge mostri e alieni, da un fan diciottenne per liberare il suo paesino da un mostro cinese, Guan-Li, risvegliatosi per errore. Campbell ha una cialtroneria stampata in volto che è perfetta per un´autoironica presa in giro: l´umorismo del film, mai volgare, è talmente fine a se stesso da provocare più volte scoppi di risate irrefrenabili; un serpente che si mangia la coda e che, facendolo, è irresistibilmente coinvolgente. Inutile dire che la resa cinematografica non è di prim´ordine: ma crediamo che questo non fosse fra i piani di Campbell. Piuttosto, è da prendere in considerazione come piccolo studio sull´imbecillità  del fanatismo cine-televisivo e sull´assurdità  di ego ipertrofici dei presunti divi che noi stessi creiamo. Senza troppa filosofia, però: faremmo un torto all´intelligenza dello stesso Campbell.

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