Palermo Shooting
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 02-12-2008
Tag:Campino, Dennis-Hopper, espressionismo-tedesco, Giovanna-Mezzogiorno, Palermo-Shooting, Wenders, Wim-Wenders
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Finn Gilbert è un fotografo di successo convinto che oltre la superficie delle cose non vi sia altro. Vive dunque di immagini, della sua Dusseldorf ma anche di tutte le altre immagini del mondo, che manipola digitalmente fino a dare l´aspetto della realtà che più gli aggrada. Così fa anche con le persone tra un cocktail party e una serata in discoteca, tra fugaci amplessi e sedute di ripresa, con uniche amiche la fidata macchina fotografica e un paio di cuffiette che gli sparano in testa la colonna sonora della sua vita. Una notte scampa miracolosamente alla Morte, ma riesce a fotografarne il volto (che curiosamente è quello di Dennis Hopper). Da quel momento si trova perseguitato dall´incappucciata presenza della Grande Mietitrice che gli scaglia frecce immaginarie ricordandogli il grande passo che l´attende. Per avere una risposta Finn atterra a Palermo, città incrostata dalla metafora della morte, dove incontra Flavia, restauratrice di antichi affreschi, che, come Virgilio, lo guiderà nei meandri della città e di se stesso…
Che la fase creativa di Wim Wenders, che ultimamente dà il meglio di sé soprattutto nel documentario, stesse attraversando una deriva che ha più il sapore di un naufragio, è cosa nota a tutti e, credo, non valga nemmeno la pena di mettere in discussione. Proprio colui che all´ultima Mostra del Cinema di Venezia ha fatto trionfare un film come The Wrestler di Aronofsky fatto di carne, sangue e dolore, che ritrae quell´universo di sbroccati e sbandati che sono la polpa dell´America che abbiamo imparato ad amare nei nostri sogni di celluloide – tanto da volerne premiare perfino il ferino protagonista interpretato da Mickey Rourke senza riuscirci – costui, dicevamo, prosegue e persegue su una strada tutta sua che, ancora una volta, tratta del valore metafisico e metacinematografico dell´immagine e del tempo.
Ebbene, la prima mezzora di Palermo Shooting è un miracolo che, inizialmente, fa ben sperare che il Nostro sia tornato ai gran bei tempi di Nel corso del tempo, Lo stato delle cose o Il cielo sopra Berlino. Già la scelta di Dusseldorf è un ritorno all´omphalos, dato che è la città natale del regista. Metteteci poi la scelta del protagonista, tal Campino (al secolo Andreas Frege, cantante del gruppo rock tedesco Die Toten Hosen), stupenda faccia da cinema che sta tra un Sam Neill e un Dennis Quaid, un gusto citazionista che è un concentrato non solo dell´espressionismo ma di tutto il miglior cinema tedesco che ricordiamo (nelle parentesi oniriche ci potrete ritrovare Il gabinetto del dottor Caligari, il Lang del Dottor Mabuse e, uniti in un ponte ideale, i Nosferatu di Murnau e Herzog), nonché spazi da Bauhaus, movimenti di macchina e luce che tornano ad essere quelli amati in Fino alla fine del mondo e Paris, Texas, un immaginario visivo che è ancora quello dell´immancabile Hopper (Edward, non Dennis), al quale si aggiunge la follia piranesiana.
Poi, come nel barocco del capoluogo siciliano, è proprio quando Wenders e il suo protagonista sbarcano in Italia che il film si siede. La regia si chiude su banali campi e controcampi di primi piani, le inverosimiglianze si affastellano in una sequela di inutili simbolismi e luoghi comuni, compreso l´incontro con Flavia, una Giovanna Mezzogiorno che pare solo bell´ornamento senza una vera e propria ragion d´essere nell´economia del racconto, per arrivare al confronto finale con la Morte che, lungi da quello di bergmaniana memoria nel Settimo sigillo, è una summa di tutto ciò che è il wenders-pensiero riguardo all´immagine nell´epoca della sua riproducibilità tecnica. E qui casca l´asino, perché se è vero che Wenders porta avanti (o aggiorna) il suo discorso sulle insostenibili leggerezza dell´immagine e pesantezza della vita aggiornando il finale di Lisbon Story all´epoca del digitale, è altrettanto vero che il confronto finale tra la Morte e Finn diventa puro e semplice sproloquio in cui, incredibile ma vero, Wenders non ha pudore a citare pari pari passaggi di Roland Barthes e Walter Benjamin ormai talmente assodati da essere puramente accademici. L´uso della parola che negli angeli di Il cielo sopra Berlino diventava, grazie alla penna di Peter Handke, pura poesia, nell´angelo della morte di Palermo Shooting diventa vuota prolissità condita da una minuscola bagattella come il nome Frank, lo stesso del personaggio che Dennis Hopper interpretava in Velluto blu di David Lynch (?!). Il film è stato rimontato e accorciato di sedici minuti rispetto alla versione presentata a Cannes, eppure possiamo assicurare che anche così sembra di una lunghezza intollerabile. Inevitabile, dato che Palermo Shooting sottolinea quello che è il madornale errore di tutto l´ultimo cinema di Wenders: una straordinaria coscienza critica annacquata da improbabili plot che offuscano il senso dell´operazione. E anche un paradosso, dettato dal fatto che sembra molto più criticamente metacinematografico nella sua prima mezzora che in tutto il resto, quando diventa troppo autoconsapevole e sovrabbondante. Immagino che sia troppo chiedere a Wenders di limitarsi a fare dei cortometraggi.
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