Galantuomini
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 18-11-2008
Tag:Festa-del-Cinema-di-Roma, Finocchiaro, Galantuomini, Winspeare
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Salento, fine anni ’60: Ignazio, Lucia e Fabio sono amici per la pelle. E chissà , Lucia e Ignazio – pur nella fanciullezza – pensano di poter arrivare a essere qualcosa di più. Salento, inizio anni ’90: mentre la guerra jugoslava ha aperto alla Sacra Corona Unita nuovi orizzonti nel Montenegro, i tre si ritrovano. Ma sono diversissimi. Fabio è un eroinomane, che rimane stroncato da un’overdose. Ignazio è un pubblico ministero che, dopo anni di lavoro a Milano, ha ottenuto il trasferimento a Lecce. E Lucia, dopo un figlio con il locale spacciatore di droga Infantino, dietro la facciata di presentatrice di profumi è una donna boss alle dirette dipendenze del capo Carmine Zà . Ma Ignazio ne è ancora innamorato. E, in definitiva, è un galantuomo…
Presentato con buon successo all’ultima Festa del Cinema di Roma, Galantuomini segna il ritorno sul grande schermo di Winspeare. Ritorno atteso, dopo un film comunque bello ma decisamente sfortunato come Il Miracolo, il cui esito commerciale lo ha di fatto costretto al silenzio per cinque anni. E temuto: come sempre si teme il ritorno di chi sembrava essersi bruciato al di là dei propri eventauli demeriti. Il risultato è alto, e vale senz’altro la pena della visita: ma qualche distinguo va fatto, se non sulla tenuta complessiva dell’opera – indubitabile – sul senso che ne emerge. E che provoca qualche perplessità .
Partendo da dati meramente cronachistici – la guerra intestina della Sacra Corona Unita per il possesso sognato di uno “stato amico” come il Montenegro, che in definitiva ne segnò la fine come organizzazione mafiosa “maggiore” – Winspeare ha l’idea, felice, di scartare immediatamente verso il melodramma. Riconducendo tutto a passioni primeve, al sangue che scorre (molto, ma non gratuito) e a quello che ribolle, alla diversa accezione di galantuomo propria del Sud (per cui il galantuomo è sinonimo di appartenente alle classi alte ma anche, paradossalmente, del mafioso) ed alle conseguenze che l’incontro tra le stesse può comportare. Conseguenze dell’amore, ancora una volta, ma in modo ancora più desolato e definitivo che in Sorrentino: le rispettive strade sono tracciate, l’incontro occasionale rimarrà tale, alla fine la donna boss non potrà che fuggire dalla (presunta) normalità offertale dal magistrato pure disposto a sacrificare tutto – onorabilità e carriera comprese – per lei. E la bellezza dei paesaggi, urbani e non, farà solo da crudele contraltare a una storia di amore resa impossibile dal lignaggio, dalla cronaca, in fondo dalla storia di chi è rimasto al apese e di chi ha potuto andar via. Peccato che in tutto questo il regista finisca per smarrire almeno in parte una posizione chiara, identificandosi troppo col personaggio femminile. Che è senz’altro donna e portatrice di un potere comunque diverso rispetto a quello totalmente spietato dei suoi contraltare maschili, ma pur sempre è un boss: e gli insistiti primi piani e soggettive della stessa inducono una identificazione che forse avrebbe dovuto essere più trattenuta. Fino alla fuga finale, che è fuga dal potere maschile ma è anche fuga verso un futuro criminale per cui Winspeare sembra nutrire simpatie financo eccessive. Con tutto questo, un gran bel film: finalmente, dopo gli exploit di Cannes, una pellicola italiana ben diretta, ben recitata (con ovvia citazione a parte per una intensissima Finocchiaro) e corredata di componenti formali, dalla musica alla fotografia, di livello inusuale da queste parti. Ma resta il dubbio che lo scarto verso il melò, senz’altro produttivo a livello drammatico/narrativo, abbia un po’ compromesso il senso del tutto.


