Changeling
1928, Los Angeles. Christine Collins, coordinatrice di un centralino telefonico, esce di casa per una giornata di lavoro straordinario lasciando a casa il figlio Walter. Al ritorno non lo troverà più. Finché, dopo cinque mesi di disperazione, la polizia le comunica di aver ritrovato il bambino. Tutto risolto? No, assolutamente: perché il presunto figlio assomiglia solo vagamente a quello scomparso, è più basso di sette centimetri, non ricorda nemmeno il proprio banco a scuola. In breve, non è lui. Ma la lotta di Christine perché le ricerche riprendano si scontra con la disperata necessità di storie a lieto fine perseguita dalla polizia cittadina, che ha bisogno di coprire non pochi scandali di corruzione e abusi di potere.. Al punto di preferire di farla passare per pazza e rinchiuderla in manicomio piuttosto di ammettere il proprio errore…
Sgombriamo il campo da possibili equivoci: oggi come oggi Clint Eastwood è, con Michael Mann, il miglior regista americano vivente tra quelli con una certa continuità produttiva. Ma i due non potrebbero essere più diversi: se l’autore di capi d’opera come Manhunter e Collateral è furiosamente interessato alla sperimentazione di un nuovo linguaggio filmico, il pluri premio Oscar di Million Dollar Baby e Mystic River è l’emblema del cinema classico. Quello, per intenderci, figlio dei Siegel e degli Hawks (molto più che di Sergio Leone, che pure viene costantemente ricordato come influenza fondante dallo stesso Eastwood), di quella scuola registica che molto semplicemente “sapeva” dove mettere la macchina da presa per renderla praticamente invisibile ma decisiva per lo svolgimento della vicenda che scorreva sullo schermo. Grandissimo pregio, che talvolta può però rivelarsi – almeno parzialmente - un limite: specie quando la vicenda narrata non riesce ad avere una convincente autonomia propria. E’ purtroppo il caso di Changeling, sua ultima fatica: che, pur rimanendo molto al di sopra della media delle pellicole che tocca di vedere, non lascia completamente soddisfatti. Probabilmente il tutto dipende da un problema di sceneggiatura. Che ha il merito di voler affrontare temi decisivi e molto cari a tutto il suo cinema precedente (il diritto dell’individuo nei confronti del potere, l’orrore per la pena di morte, l’infanzia violata) o addirittura insoliti come lo spiccato accento femminista che caratterizza la vicenda: ma ha purtroppo il demerito di non sceglierne nessuno, preferendo accumularli in un metraggio eccessivo che – per tutto voler rappresentare e chiarificare – alla fine risulta ipertrofico rispetto alla vicenda narrata. E le due ore e venti scorrono con qualche inceppamento, specie in un finale trascinato che tocca molti dei punti sopra evidenziati prima di approdare a una conclusione senz’altro condivisibile (solo la speranza ci può salvare) ma eccessivamente affaticata. Forse anche a causa di una protagonista come la Jolie, sex symbol volonterosa nel tentativo di convertirsi in ragazza madre umiliata e offesa ma evidentemente non del tutto a suo agio in una parte per cui sarebbe stata perfetta una giovane Streep. Certo, rimane il superbo cast di supporto, una stupenda fotografia di Tom Stern, la bella e malinconica colonna sonora dello stesso Eastwood: soprattutto, rimane una pulizia di tocco e di stile che ha pochi eguali nel cinema odierno. Motivi più che sufficienti per andare al cinema e uscirne soddisfatti. Ma quando un cineasta ti abitua a un capolavoro via l’altro anche un risultato appena minore lascia un po’ di amaro in bocca. Detto questo, consigliatissimo: se queste sono le opere minori ne vorremmo una al giorno. Da vedere.
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