The Burning Plain – Il confine della solitudine
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 06-11-2008
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Sylvia gestisce un rinomato ristorante di Portland, fissa il mare dalle scogliere come se volesse buttarsi di sotto ed è seguita da uno sconosciuto messicano. Sulle sconfinate pianure al confine tra Messico e Stati Uniti un camper brucia con i due amanti che custodisce all´interno: Nick è messicano, Gina è americana, e si incontravano lì per nasconderlo alle rispettive famiglie. Al funerale di Nick, il marito di Gina inveisce contro la famiglia del messicano, intanto Santiago, figlio di Nick, s´innamora di Mariana, figlia di Gina. Mentre irrora un campo di pesticida, l´aereo di un Santiago ormai adulto precipita davanti agli occhi della figlia Maria. In pericolo di vita, l´uomo chiede all´amico Carlos un favore che riguarda proprio la piccola Maria…
È nato prima l´uovo o la gallina? L´universale diatriba ricorda un po´ quella più speciosa che ha visto confrontarsi il regista Alejandro Gonzalez Iàñarritu (Amores Perros, 21 grammi e Babel) e il suo sceneggiatore di fiducia Guillermo Arriaga: la paternità di un film è da addebitarsi al regista che orchestra le maestranze e ne ha la visione globale e finale, o allo sceneggiatore che lo inventa dal nulla e lo fissa sulla carta? Lasciamo in sospeso il giudizio almeno finché non avremo visto il prossimo lavoro di Iàñarritu che, gioco forza, dovrà realizzare senza il contributo di Arriaga. Il quale esordisce dietro la macchina da presa proprio con questo The Burning Plain – Il confine della solitudine per dimostrare, inutile dirlo, la verità del suo assunto: l´originalità dei tre film prima citati va addebitata proprio allo sceneggiatore. In qualche modo non occorreva questa ennesima prova del nove, bastava pensare a Le tre sepolture, film diretto da Tommy Lee Jones ma basato su una sceneggiatura originale dello stesso Arriaga. Anche lì era evidente la cifra stilistica dello scrittore messicano: un racconto condotto per ellissi in cui si intrecciano storie apparentemente separate sul piano spazio-temporale, ma che poi finiscono per confluire dandoci un ritratto della solitudine e tristezza che permeano i nostri giorni.
Questa volta Arriaga racconta quattro storie di amore estremo che, scopriremo, intrecciano il destino di due famiglie a distanza di tempo, e basate ognuna su uno dei quattro elementi – fuoco, terra, acqua e aria. Il filo rosso che le sottende è il senso di colpa per un atto estremo e il rimorso che spinge a conseguenze che colpiscono anche chi invece è innocente. Arriaga, però, si lascia aperta una porta alla possibilità che l´amore – soprattutto quello di una madre per la propria figlia – possa essere fonte di redenzione e non solo di cicatrici. E il film tocca lo spettatore: sicuramente attraverso l´intensa interpretazione dei suoi attori (la ritrovata, splendida Kim Basinger-Gina che batte ai punti la protagonista e produttrice esecutiva Charlize Theron-Sylvia – vedere la letteralmente vibrante rivelazione della sua personale cicatrice), ma soprattutto anche grazie ad un uso sapiente del montaggio che, nel finale, con un´abile giustapposizione di piani, sa far montare l´emozione, a dimostrazione di una consapevolezza, se non scaltrezza, del mezzo già raggiunte dal novello regista. Presentato in concorso all´ultima Mostra del Cinema di Venezia, questo bel film ha saputo emozionare anche una platea di addetti ai lavori, e non solo di pubblico pagante. Non è stato preso in considerazione per i premi maggiori, però (peccato per la Basinger: non ci sarebbe dispiaciuta una Coppa Volpi per lei), se non per il premio Mastroianni all´interpretazione dell´esordiente Jennifer Lawrence (Mariana), magnifica bionda adolescente di cui sicuramente sentiremo ancora parlare. Non è da meno, comunque, la presenza degli altri attori – molto bella quella di Joaquim de Almeida (Nick) –, che sono i primi a contribuire alla calibrata misura di questa geometrica stratificazione dei sentimenti.


