02. Novembre 2008

La banda Baader Meinhof

Foto dal film “la Banda Baader Meinhof”Berlino, 1967. Durante una manifestazione contro la visita dello Scià di Persia la polizia carica i dimostranti. Risultato immediato: una vittima sul terreno. Conseguenza a venire: la nascita, a partire dall’universo magmatico della sinistra del tempo, della RAF (Rote Armee Fraktion) più nota come banda Baader – Meinhof, le cui imprese terroristiche – dalle rapine agli attentati dinamitardi fino agli omicidi politici - insanguineranno la Germania per il decennio successivo. Nemmeno l’arresto degli esponenti principali porrà fine all’azione terroristica. Il testimone passerà semplicemente alla seconda generazione, più violenta e brutale della precedente. Mentre i fondatori metteranno in scena la loro irriducibilità con uno spettacolare (e dubbio, nonostante qui se ne sposi la veridicità) suicidio nel carcere di massima sicurezza di Stammheim.

Presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, La Banda Baader – Meinhof è probabilmente il caso cinematografico dell’anno in Germania. Ferocemente avversato o entusiasticamente esaltato dalla critica, è stato un notevole successo di pubblico e designato come concorrente all’ Oscar per il miglior film straniero per i colori tedeschi. Ci sta, e se qualche perplessità sul senso finale dell’operazione è legittima, la pellicola è di quelle da vedere. Se non altro per toccare con mano la distanza che ancora separa l’elaborazione del fenomeno terrorismo qui e altrove. Se in Italia a provarci è stato Bellocchio con il pur bello Buongiorno notte, che si auto- imponeva una elaborazione mitico/psicanalitica degli eventi quasi non se ne potesse parlare in termini realistici, il regista Uli Ledel (che di suo non vale la metà dell’italiano, intendiamoci: il suo massimo risultato finora è stato il discreto e nulla più Christiana F.) può permettersi invece di partire dalla cronaca dei fatti in quanto tali, spettacolarizzando dove serve e non vergognandosi di utilizzare i moduli dell’action movie pur di coinvolgere lo spettatore. Scelta che può apparire discutibile, ma di fatto permette – come se fossimo davanti a un Costa – Gavras d’annata - di rappresentare l’accaduto senza pregiudizi ideologici o forzature propagandistiche di qualunque colore. E consente, più importante ancora, di contestualizzare finalmente il fenomeno, spiegando come il terrorismo sia stato effettivamente il frutto malato quanto si vuole, ma sicuramente non alieno né eccentrico, delle tensioni politiche e sociali di quegli anni. Anni in cui la violenza, dalle guerre calde in Vietnam e Medio Oriente a quella fredda che attanagliava il globo, era utilizzata senza troppi patemi anche dai governi, e contro cui era, se non legittima, quanto meno pensabile una reazione di tipo ribellistico. Non a caso nella prima ora e mezza – nettamente la migliore della pellicola – quasi ogni azione della RAF è presentata come conseguenza diretta o mediata delle azioni, per certi aspetti non meno terroristiche o sanguinarie compiute dall’ establishment, americano o tedesco che fosse.
Peccato che proprio i meriti sopra segnalati si trasformino nella seconda parte nel limite maggiore del lavoro. Che, quando affronta i fatti di Stammheim e tenta di andare oltre l’aspetto puramente narrativo, mostra un po’ il fiatone. Quasi a suggerire che i protagonisti in realtà non potessero essere disgiunti o esaminabili separatamente dalle loro azioni: intento magari in sé lodevole, ma che si traduce in una brusca caduta di ritmo, in qualche sottolineatura eccessiva da parte dei fin lì bravissimi interpreti (con Bleibtreu, Gedeck e Ganz una spanna sopra gli altri), in una meccanicità eccessiva del meccanismo azione/reazione di cui si parlava più sopra. Ma anche qui rimane qualche bella idea di regia e sceneggiatura, come la morte per sciopero della fame di Holger Heins che rimanda al Cristo Morto del Mantegna o l’omicidio fuori campo del capo della Confindustria tedesca Schleyer: due esseri umani diversamente dimenticati, diversamente sacrificati a cause intransigenti e pronte a tutto pur di trionfare sullo schieramento avverso. C’è da pensare, da discutere, magari da indignarsi: il che dovrebbe essere titolo di onore per qualunque pellicola. Sulla base di questo, e pur con i distinguo del caso, da vedere assolutamente. Anche se il capolavoro sul tema – lo smisurato, mostruoso e definitivo United Red Army – targa Giappone e probabilmente non lo vedremo mai da queste parti.

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