Il passato è una terra straniera
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema | Posted on 29-10-2008
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A volte, per costruirsi una vita normale, bisogna lasciarsi alle spalle tutto e ricominciare da zero. E’ quello che ha fatto Giorgio per poter mettere piede nel tribunale dove i suoi genitori l’hanno sempre proiettato. Ma basta un fugace incontro per riportare a galla tutto ciò che di sordido ha sepolto, e in particolare la breve parentesi dell’amicizia con Francesco, a cui Giorgio si è abbandonato passivamente, come a volersi prendere una vacanza.
Perchè Francesco non è uno dei ragazzi per bene del suo solito giro: forse l’accento barese gli dà un tono più genuino, o forse è il bisogno latente in Giorgio di troncare ogni rapporto col suo mondo troppo artificiale. Fatto sta che i due, conosciutisi per caso e in circostanze piuttosto movimentate, iniziano una frequentazione quasi simbiotica. Responsabilità e abbandono si mischiano, e come in ogni storia umana, il confine non è mai netto. Quello che conta è il risultato, la discesa verso gli inferi di un ragazzo tranquillo contagiato da una mela marcia da cui non è capace di staccarsi anche quando ne scopre la vera natura. O forse si tratta della semplice, e più inquietante, scoperta del male che alberga in ogni anima.
La ricerca che Daniele Vicari compie con raffinatezza, seguendo il romanzo di Gianrico Carofiglio, è dal punto di vista umano molto interessante. I due protagonisti sono caratterizzati molto bene, e interpretati con altrettanta cura: il regista è molto attento a lasciare spazio alle sfumature del grigio che si muovono senza soluzione di continuità tra bene e male. Condanna ed espiazione, coscienza e oblio nascono da profondi bisogni interiori, e non sono mai frutto di giudizi autoriali.
Proprio per il profondo scavo psicologico, però, il film risulta sovraccarico di elementi, probabilmente frutto della sovrapposizione tra il romanzo, che ha, per definizione, uno spazio narrativo più ampio, e l’opera cinematografica. La caratterizzazione della perdizione di Giorgio come graduale, e sofferta per lo spettatore che a ogni svolta si attende una ribellione, è fondamentale. Ma non per questo è necessario che il protagonista sperimenti davvero ogni forma di vizio. Sarebbe stato, forse, più incisivo concentrarsi su un aspetto e vederne il suo degenerare, senza allargare lo spettro delle problematiche coinvolte (gioco, sesso, droga).
Lo stesso peccato di sovrabbondanza lo soffrono i personaggi minori, troppi, che perdono così la loro funzione di attributo dei protagonisti. Ad esempio, Sandra, la sorella di Giorgio, giunge più come deus ex machina che come effettivo frutto dello svolgimento dell’azione.
Nel complesso, poi, il film risulta lento, con qualche punta di adrenalina che però non è consequenziale rispetto alla trama (come la scena in automobile a folle velocità ). Ma se è vero che il ritmo con il freno a mano tirato può essere un espediente registico per mostrare in parallelo l’inesorabilità della caduta e al tempo stesso la personalità della colpa, il risultato è comunque troppo pesante anche per uno spettatore interessato alla profondità del tema. La colonna sonora, inoltre, da un lato sottolinea senza disturbare i passaggi salienti della trama, dall’altro a volte, come nelle scene girate a Barcellona, si abbandona alla banalità
Peccato per un film che vale comunque la pena di vedere, ma che viene tradito proprio dalle aspettative che lo riguardano.
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