The Hurt Locker
La guerra è una droga, ci avverte la citazione d’apertura. Lo sa bene il sergente William James che, volontario in Iraq, non sa resistere alla scarica di adrenalina che gli procura il suo lavoro: disinnescare trappole esplosive. Eppure James è arrivato nella nuova unità proprio per sostituire il suo predecessore, il sergente Matt Thompson, morto durante una missione. Poco importa, il nuovo arrivato è impulsivo e sprezzante del pericolo a rischio della propria vita e, quel che più conta, anche di quella dei due compagni di squadra, il sergente Sanborn e lo specialista Eldridge. I giorni passano tra un’operazione e l’altra, tra momenti di tensione e slanci idealistici del nostro giovane “lucchetto delle ferite”, per il quale i giorni che mancano e che per un altro soldato rappresenterebbero quello che resta per tornare a casa, per lui scandiscono il conto alla rovescia prima del ritorno alla noia…
Devo confessare che, evidentemente, non riesco a fidarmi di una donna che ostenta di portare i pantaloni. Sarà un problema mio, non lo metto in dubbio, ma mi pare proprio ciò che fa Kathryn Bigelow da quando è entrata a far parte del panorama cinematografico statunitense. E si fatica a credere che la valchiria testosteronica, con il corpo da modella – come scrivono tutte le riviste – e la volontà decisionale di un Gunny abbia ormai raggiunto un’età più consona ad una nonna che non a un John Wayne pronto allo sbarco sulle sabbie di Iwo Jima. Eppure è proprio quello che continua a fare a scapito dei suoi film, che all’assoluta perfezione di montaggio e di prospettiva dello sguardo aggiungono un’imperfezione che, trovo, sta proprio nel manico: sceneggiature talmente convenzionali che si rinchiudono sempre nel film prettamente di genere e finiscono per far crollare gli assunti filosofici e velleitari di partenza. È quello che personalmente ritengo succeda con titoli come Point Break e K-19, per non parlare di Strange Days (che si mangia le premesse millenaristiche con una banale sottotrama da whodunit). È anche quello che, per inciso, succede con questo The Hurt Locker, già presentato in concorso alla 65. Mostra del Cinema di Venezia e che, evidentemente, non è stato ritenuto degno di alcun premio.
Sapevamo già che non ci saremmo trovati di fronte a un ennesimo Redacted, ma va bene anche così. La nuova ondata di cui Nella valle di Elah e Leoni per agnelli sono i primi titoli che mi vengono alla mente, era giusta premessa per una pellicola che analizzasse il problema dall’altro punto di vista, come ci pare che abbia fatto la Bigelow partendo dalla sceneggiatura di Mark Boal, giornalista embedded che ha riversato nel personaggio del sergente James le caratteristiche di veri artificieri conosciuti al fronte – e che, curiosamente, è anche la penna dietro all’ultimo film di Paul Haggis. E per l’occasione siamo pronti perfino a sfoderare chiavi interpretative inusuali, proprio come si farebbe per un De Palma. Perché se il film della Bigelow ha qualcosa in comune con Redacted è sicuramente una visionarietà che trasforma l’assurdità della guerra in qualcosa di un altro pianeta: l’inizio con il robot che si muove su un terreno talmente accidentato da sembrare una superficie marziana la dice lunga, così come è eloquente lo scafandro protettivo dei soldati che li fa assomigliare più ad astronauti.
Allo stesso tempo, però, The Hurt Locker è un film che andrebbe analizzato con i canoni che si utilizzavano per Arcipelago in fiamme e Corea in fiamme, anche se la Bigelow non è evidentemente Howard Hawks o Samuel Fuller. Fuori discussione, comunque, la maestria nell’editing e l’occhio classico anche se digitale della regista. In questo senso la sequenza iniziale toglie il fiato, così come toglie il fiato la bellezza dell’assedio nel deserto che sembra un aggiornamento della Pattuglia sperduta di John Ford: l’immobilità e la calura che trasforma gli assediati in reperti incrostati del paesaggio.
Cos’è allora che non ci convince di quest’ultimo capolavoro mancato della Bigelow, e che tuttavia in ogni suo fotogramma richiama i capolavori del passato? Fondamentalmente l’incapacità della regista di regalarci un film talmente astratto da essere fuori di ogni tempo. Come dicevamo prima, certe convenzionalità della trama lasciano invece perplessi, come il fatto che tutti gli eroi sono buoni e disorientati mentre tutti gli arabi sono infidi e bastardi, che i soldati e chiunque esprima un’opinione anche lontanamente liberale faccia una fine ingloriosamente da fesso, e che un soldato capace di preferire il fronte a una donna come Evangeline Lilly che lo attende a casa ha chiaramente più bisogno del manicomio che del campo di battaglia. Kathryn Bigelow ha decisamente esagerato realizzando il suo film pro Bush fuori tempo limite (o è forse pro McCain?) quando gli altri hanno già fatto i loro film pro Obama, e cadendo in quella stessa retorica e ingenuità che, per quanto grandi, permeava anche i capolavori di registi come Ford, Hawks, Fuller e Walsh. Siamo abbastanza affezionati a tutti questi nomi e anche a John Wayne per riconoscere che quei tempi sono ormai andati e non si possono più recuperare senza una prospettiva storica. D’altra parte siamo altrettanto convinti che loro, potendo filmare oggigiorno, avrebbero saputo realizzare una pellicola ben più scottante di quella della collega, la quale intesse un film irrisolto che non si capisce fino in fondo se vuole essere critico verso tutte le guerre o un peana sulla guerra tout court. E francamente risulta intollerabile un finale macistico con soldato-robocop che ricorda più la verve di un Michael Bay che quella della regista del Buio si avvicina, e fa capire che se non si hanno le capacità epico-narrative di un nostalgico dell’America che fu come l’americano vero John Milius è meglio tenersi alla larga dal trionfalismo a buon mercato: si finirebbe per passare per americana, sì, ma qualunquista.
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