The mist
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 10-10-2008
Tag:Frank-Darabont, Stephen-King, The-mist
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In una piccola città statunitense, una formidabile tempesta notturna lascia il posto a case seriamente danneggiate e a una nebbia densa e strana che giunge dalle montagne. Molti abitanti, fra cui l´illustratore di poster cinematografici David Drayton e il suo piccolo figlio Billy, si ritrovano in un emporio a fare provviste, quando la nebbia raggiunge la piazza e alcuni militari, provenienti da una base che effettua misteriose sperimentazioni sulla collina, sembrano mostrare segni di nervosismo. E´ solo l´inizio di un incubo che, una volta svelato cosa si nasconde nella nebbia, intrappolerà gli abitanti nel supermercato, a decidere la propria sorte.
Con The mist Frank Darabont, abbonato ad adattare per lo schermo racconti di Stephen King per trarne successi planetari (suoi sono Le ali della libertà e Il miglio verde), corona il sogno della sua carriera, nata nel 1987 come sceneggiatore di horror, con un film tratto da uno dei racconti meno noti dello scrittore statunitense, uscito nel 1980 in una raccolta (edito successivamente in Italia nella raccolta Scheletri). E, a differenza dei due precedenti, si tratta di una pellicola certamente poco adatta a un pubblico di famiglie, virando decisamente verso l´horror con qualche sequenza splatter e una tematica assai poco edificante. Il racconto da cui è tratto, e di cui Darabont cambia solo il finale ma non il senso profondo, è una parabola cupamente pessimista sulla violenza incontrollabile dell´uomo e sull´incapacità di rimanere ancorati alla ragionevolezza della nostra specie in situazioni estreme. Il supermercato in cui sono intrappolati gli abitanti della città diventa in poche sequenze un luogo claustrofobico dove si dispiegano tutte le peggiore pulsioni umane, siano esse aggressive o più semplicemente irrazionali; d´altronde, se rimanere è via via sempre più un incubo, andarsene sembra impossibile, visto l´entità delle “cose” che abitano la nebbia esterna. Una situazione senza via d´uscita, molto carpenteriana nella sua essenza, che Darabont segue con perizia (non minimamente paragonabile alla maestria di Carpenter, sia ben chiaro), rinunciando al calligrafismo dei suoi successi passati e scegliendo piuttosto di girare velocemente con un budget estremamente ridotto, addossando agli operatori di macchina la responsabilità di rendere la drammatica realtà dell´assedio con movimenti repentini e un uso sfrenato di camera a mano. La scelta di cambiare il finale del racconto, rendendolo da aperto a chiaramente definito, è il cuore del film. Non c´è dubbio che il sistema hollywoodiano avrebbe difficilmente digerito una chiusura non chiara di una vicenda dai contorni fanta-horror, ma a Darabont riesce il gioco di chiudere a cerchio la storia senza perdere in credibilità ; anzi se possibile con un tocco di sadica crudeltà e di sarcasmo apocalittico che lo stesso King, interpellato dal regista sulla sua scelta, ha con invidia apprezzato, e con sequenze da brivido sottolineate dalla musica senza tempo dei Dead Can Dance. Quel che convince meno è la valenza politica, fortemente reazionaria e ancien regime, di una fine che è un nuovo principio e che rimette al centro valori di fedeltà ai principi e alla linea prestabilita che stonano rispetto a quanto visto nei minuti precedenti. Ciò che, inoltre, non convince sono alcune lungaggini in sceneggiatura (dialoghi punteggiati da luoghi comuni, scambi di idee troppo complessi e prolungati) e alcune scelte discutibili nella psicologia dei personaggi (l´avvocato empirista e scettico, la “santona” ridicolmente salmodiante) che impongono a volte situazioni al limite del paradossale e del ridicolo, oltre a effetti speciali di bassa lega nel tratteggio delle “cose” che popolano la nebbia. Pur con questi limiti strutturali, più che di realizzazione, il film è un piacevole diversivo alle solite stupidità horror, nonostante un´evidente compiacimento nelle scene splatter e un sottotesto fortemente deja vu. Senza infamia e senza lode la recitazione, demandata ad attori semisconosciuti in Italia (a parte Marcia Gay Harden) ma fedelissimi di Darabont; d´altronde, non è certo questo, programmaticamente, il punto di forza del film. Consigliato, con stupore ma anche discrete riserve.


