La classe - Entre les murs
Parigi, una scuola media periferica di quelle considerate difficili per la compresenza non sempre lieta di etnie e generazioni. Francois, insegnante di francese, affronta una quarta con studenti che vanno dai tredici ai quindici anni, dalle Antille alla Cina passando per l’Africa araba e nera. Tenterà, non sempre con successo, di appassionarli a uno studio critico e non meramente nozionistico: finché un incidente provocato da Souleymane, alunno di origine africana intelligente ma insubordinato, non lo costringerà a qualche rischio disciplinare. Si risolverà tutto sacrificando l’anello più debole: e nell’ultimo giorno di scuola professori e studenti potranno permettersi di socializzare davvero…
Permettetemi di autocitarmi, oltretutto da un mio articolo recente. Parlando dei film dei Dardenne, ricordavo come loro e Laurent Cantet rappresentino – dopo la senescenza non priva di occasionali graffi di Loach – gli unici cineasti europei ancora capaci di muoversi dalla realtà per costruire un film. Confermo quanto detto, con una differenza fondamentale per quel che riguarda gli approcci che guidano la rappresentazione del reale: mentre i fratelli belgi partono sempre da un caso “esemplare” ed estremo, in qualche modo paradigmatico, Cantet procede dai suoi studi sociologici per rappresentare non una realtà limite, ma i normali - ma non per questo meno pervasivi, meno devastanti – meccanismi societari che sostanziano la vicenda oggetto della narrazione. Era così nella lotta sindacale tra padri e figli di Risorse umane, nel lavoro vissuto contemporaneamente come condanna e oggetto di desiderio e legittimazione in A tempo pieno, nell’agghiacciante equazione tra turismo sessuale e imperialismo di Verso il sud. Lo è in La classe - Entre les murs, sua ultima pellicola, giustamente onorata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Che viaggia sempre lungo il filo rosso del determinismo sociale. Data una situazione di partenza, gli sviluppi sono più o meno noti: non per questo meno emozionanti. Tant’è che la pellicola, nonostante due ore e rotti sostanzialmente di dialogo all’interno di un ambiente estremamente ridotto (le rare incursioni all’esterno non fanno altro che sottolineare in contrappunto gli assunti sviluppati nel perimetro circoscritto della classe del titolo) si segue senza mai guardare l’orologio. La missione assunta da Francois (tra l’altro autore del romanzo da cui è tratta la pellicola, su cui il regista ha innestato – senza forzature – la storia di Soulemayne) – sarebbe quella di procedere a una integrazione degli alunni, smussando angoli, specificità e pregiudizi atavici, trasmettendo al contempo il senso dell’autorità: ma i soggetti non riducibili al progetto saranno espulsi dalla classe – e in definitiva dalla società – senza possibilità di appello. Souleymane, prima ancora che dalla sua insubordinazione e violenza verbale, è condannato da una siuazione familiare non riducibile agli standard (il padre minaccia di rimpatriarlo in Mali, la madre non parla nemmeno francese):e, pertanto, non può essere “salvato”. In un sistema determinato aprioristicamente, dove un preside assume funzioni in qualche modo demiurgiche e gli spazi di dialogo (i consigli di classe, il consiglio disciplinare) servono comunque necessariamente a ribadire il contesto fatta salva un’apparenza di democrazia, le deviazioni sono tollerate solo fino a un certo punto: oltre, si apre l’esclusione del diverso. E a nulla valgono le ritrattazioni anche da parte di chi, per orgoglio o necessità di ruolo, si è fatto accusatore salvo poi tardivamente ricredersi. Rimane l’ultimo giorno di scuola per sanare i contrasti sanabili, per giocare una partita di calcetto a cui partecipano alunni e professori per una volta esseri umani non identificati dalle rispettive condizioni: ma intanto il danno è fatto, qualcuno confessa di non aver imparato nulla, e il tutto avviene di fronte a un’aula vuota, a ribadire l’ impossibiltà del sistema di uscire dalle sue regole di base. Che vogliono professori e alunni, maestri e discenti: in fondo, superiori e inferiori. Ce ne sarebbe abbastanza da farne un trattato, interessante e nobilmente noioso: ma Cantet, e qui sta la sua grandezza, sa fare spettacolo del dato sociologico senza forzature o sottolieanure di sorta, inducendo lo spettatore ad identificarsi nella vicenda sulla base del semplice svolgersi degli eventi.
Recitato da una incredibile compagnia di attori non professionisti costituita da studenti che hanno sacrificato ore per partecipare al laboratorio teatrale indetto dal regista, girato magnificamente nonostante la claustrofobicità dello spazio e altrettanto magnificamente sceneggiato, La classe è un film da vedere assolutamente. Non la uso spesso, e nemmeno volentieri: ma stavolta la parola capolavoro ci sta tutta. In tempi che ci propongono la sciagurata riforma Gelmini, da non mancare per capire cos’è – e cosa dovrebbe essere, e cosa non potrà mai essere – una scuola.
Trackback
RSS Feed
Non ci sono commenti!