Miracolo a Sant’Anna
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 30-09-2008
Tag:buffalo-soldiers, james-mc-bride, miracolo-a-santanna, seconda-guerra-mondiale, Spike-Lee
0
New York, 1983. Un impiegato delle poste taciturno e pacifico alle soglie della pensione uccide a sangue freddo, con una rivoltella tedesca risalente agli anni ´40, un cliente dell´ufficio postale dove lavora. Perquisendo il suo appartamento, gli inquirenti scoprono una testa di marmo dal valore inestimabile, risalente al ‘500 e appartenente a un ponte fatto saltare dai nazisti a Firenze nel 1944. Un giovane reporter riesce a scalfire il silenzio dell´assassino, che racconta un´incredibile e tragica vicenda di tradimenti, amicizia, viltà e compassione risalente all´inverno del ´44, nei giorni successivi all´eccidio di Sant´Anna di Stazzema, nell´alta Toscana, dove soldati americani e nazisti, popolazione inerme e partigiani furono uniti dalla caccia a un disertore tedesco e a un misterioso bambino portatori di un terribile segreto…
Aveva impressionato la decisione di Spike Lee, regista che più americano non si può, di ambientare gran parte del suo nuovo film in Italia: che c´entrava, ci si chiedeva, la Resistenza e, soprattutto, la strage di Stazzema (dove i tedeschi uccisero più di 500 civili innocenti per rappresaglia contro un´imboscata partigiana), con le tematiche care al regista newyorkese? Fin dall´inizio, però, le nubi si dissolvono: il racconto è infatti incentrato sulle peripezie dei cosiddetti Buffalo Solodiers, i soldati della 92° Divisione statunitense, unico corpo dell´esercito americano interamente composto da uomini di colore. E qui il cerchio si chiude, poiché il tema ricorrente del cinema di Lee, ovvero quello della mancata conquista dei diritti civili da parte della popolazione afroamericana e della lotta dei neri contro l´arroganza bianca, ha pieno diritto di cittadinanza in una simile vicenda.
Le similitudini con il cinema di Lee, però, si fermano qui. Il regista infatti, portando sullo schermo le vicende narrate nell´omonimo libro da James McBride (e da quest´ultimo direttamente sceneggiate, con la consulenza del “nostro” Francesco Bruni), combina un incredibile pastrocchio che inizia con il consueto piglio tragicomico (il cameo iniziale di John Turturro è semplicemente fantastico) ma si perde in un lunghissimo flashback, cuore dell´intero racconto; in esso si mischiano gli orrori della guerra (forse la parte migliore, del resto già delineata in questo senso e molto meglio, nella prima mezzora di Salvate il soldato Ryan di Spielberg), la semplicità della gente comune (resa con un buonismo e un´abbondanza di luoghi comuni anche registici e scenografici, non solamente narrativi), inserti misticheggianti fuori luogo (fantasmi che appaiono, dialoghi sul fato) e grondanti falsa retorica (un´agghiacciante sequenza in cui americani, gente comune e un nazista “buono” sono accomunati, in luoghi diversi, dalla medesima recita del Padre Nostro), tiritere qualunquistiche sull´imbecillità dei comandanti bianchi rispetto alla superiore lungimiranza dei commilitoni di colore (e qui nulla possiamo farci: l´intransigenza integralistica di Lee è sempre stata il suo limite, oltre che la sua forza), flashback nel flashback che, anche quando sono esplicativi (come il racconto dell´eccidio di Stazzema), appesantiscono inutilmente il racconto.
L´impressione è che Lee, sganciato dalle esigenze di scrittura, si sia lasciato del tutto andare a seguire i propri fantasmi interiori e non abbia avuto alcun pudore di esagerare. Il suo cinema, anche nei suoi momenti più estremisti, è un congegno a orologeria in cui pesi e contrappesi devono essere ben calibrati, per portare ai risultati che noi tutti abbiamo ammirato in passato. Qui purtroppo non c´è nulla della rabbia, estrema ma squarciata da lampi di cinematografica purezza, di Do the right thing, Summer of Sam, La 25° ora, Jungle fever, o della perfezione formale di Inside man, per citare alcune delle sue opere più riuscite. C´è molto, troppo disordine mentale per riuscire a gestire una vicenda multiforme, che di continuo sfugge dalle mani. C´è molto, troppo misticismo, sottolineato da una musica didascalica e ridondante, senza una reale ragione. C´è molta, troppa confusione nella direzione degli attori (quasi tutti statici e poco convincenti, a parte il solo Favino fra gli italiani e il protagonista Laz Alonso fra gli americani). C´è molta, troppa voglia di sottolineare tutto, fino a creare un´opera inutilmente bulimica.
Fino a un finale ancor più mistico, che non possiamo ovviamente svelare ma che è solo l´indigesta ciliegina sulla torta di un´operazione che avrebbe meritato ben altra mano.
E le stucchevoli polemiche con Eastwood a proposito della mancata apparizione di soldati di colore in Flags of our fathers, riproposte negli ultimi giorni, oltre a essere coerenti con i suoi atteggiamenti spesso presuntuosi sembrano solo un infantile tentativo di mettere le mani avanti, quasi che Lee si rendesse conto dell´inferiorità tecnica della sua opera.
Da evitare con facilità : in qualsiasi multisala si può trovare senza problemi qualcosa di meglio.


