Posted by Chiara Bruno | Posted in Cinema | Posted on 24-09-2008
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Nove giorni, dieci lungometraggi in concorso, una retrospettiva sull´opera omnia di Terry Gilliam e la consueta finestra sulle Colpe di stati che calpestano la democrazia e mettono in conto la strage come “danno collaterale”. Tu che programmi hai?, recita una scritta rosa shoKKing sui cartelloni affissi un po´ ovunque nel centro di Milano. Quella che si autodefinisce come la più indipendente tra le rassegne cinematografiche – e che noi ci riserviamo di annoverare tra le più radical-chic -, ha fatto in modo di non smentirsi anche stavolta.
La tredicesima edizione dell´evento organizzato da esterni ha visto la partecipazione di quanto di più giovane, “sperimentale” e volentieri shoKKante fosse sulla piazza. Registi non ancora trentenni, film che tentano nuove strade attraverso infiniti pianisequenza o montaggio ipercinetico, luci al neon o sfondi monocromatici, attori straniati o dalla performance edulcorata. Eccedere vuol dire omettere oppure abusare, o almeno così sembra a giudicare dai titoli in cartellone. Non stiamo a criticare le intenzioni – perché la ricerca di nuove forme espressive è sempre proposito auspicabile -, ma ci dichiariamo quantomeno perplessi di fronte alla visione di un musical singaporegno (881, di Royston Tan) infraschiato di lustrini e discorsi para-filosofici, in cui due attrici pare-separate-alla-nascita agitano copricapi a forma di corolle floreali sulle note incalzanti del getai. Ci ritroviamo smarriti, dopo che varie storie si sono – più o meno – incrociate nella torrida estate svedese (De Ofrivilliga, di Ruben Ostlund), non lasciandoci altro se non un´immagine sbiadita e confusa di un Paese, e qualche dubbio sommesso sul motivo dell´operazione (della serie <> Inutile dire quale sia l´alternativa più quotata…). Ci perdiamo definitivamente tra le strade di Fujian (Blue), rincorrendo un gruppo di amici che rincorrono soldi (relativamente) facili tra il mare e il cielo della città con il più elevato tasso di emigrazione di tutta la Cina. Bella idea, almeno in parte sprecata, anche per il “documentario investigativo” sulle Lost Holiday di un gruppo di cinesi, le cui fotografie vengono ritrovate casualmente in una valigia da due ragazzi cechi durante una vacanza in Svezia. Se siamo in presenza di uno spunto innegabilmente originale, la noia incombe prepotentemente sullo spettatore, che allo scoccare dei primi 60 minuti si dimostra sufficientemente appagato dallo svolgimento della vicenda (leggi anche: BASTA.) In un mare magnum di occasioni (secondo noi) mancate, e qualche occasione mancata da noi (cause di forza maggiore…), un paio di resurrezioni inattese e gradite. Un dramma familiare dove la recitazione degli interpreti non professionisti è scarna e densa di silenzi, e la monotonia cromatica si esprime nelle sfumature di un blu scuro e sentito: Ballast, esordio al lungometraggio dell´ex assistente alla regia dei fratelli Coen, Lance Hammer, prende in prestito i toni cupi di certo cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta, e fa dei suoi nonattori i volti e le voci delle rive del Mississipi. Morte e resurrezione sul filo di un realismo crudo e commovente, per raccontare la storia di un bambino senza padre e di un uomo solitario. Con La sangre brota, opera seconda dell´argentino Pablo Fendrik, siamo invece dalle parti di un cinema feroce, che dilania i suoi interpreti e stringe sul (molto) sangue versato. Mentre è ancora il blu a farla da padrone, questa volta caricato di un´intensità livida, degli effetti di un mix di pasticche sciolte in una bottiglia di coca, dell´iperattività dei corpi che vi si agitano. Un film che maneggia lo squallore della vita senza autocompiacersi, e porta avanti con violenza e pudore le storie di logorante quotidianità e estremi amori dei suoi giovani ma vissuti protagonisti.
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