21. Settembre 2008

Il matrimonio di Lorna

Locandina originale di “Il matrimonio di Lorna”Lorna, giovane albanese, sta finalmente per coronare i suoi sogni: ottenere la cittadinanza belga e avere abbastanza soldi per aprire un bar in modo ricongiungersi al suo amato Sokhol, che lavora su e giù per tutta Europa. Certo, per ottenere il tutto ha dovuto contrarre un matrimonio “bianco” col tossicodipendente Claudy e dovrà farlo di nuovo con un russo ansioso di utilizzare la stessa scorciatoia per diventare cittadino europeo. A garantire il tutto Fabio, taxista italiano deciso a entrare nel giro grosso del commercio di esseri umani, che ha ben chiaro in mente come risolvere la pratica Claudy: un divorzio significherebbe solo una perdita di tempo, e di tossici morti per overdose è pieno il mondo. Ma Lorna, che nel corso della convivenza si è per lo meno impietosita della vittima designata e dei suoi sforzi per uscire dalla dipendenza, vorrebbe agire diversamente. E quando le cose seguiranno comunque il corso già tracciato, farà una scelta inaspettata e radicale…

Dei fratelli Dardenne si dice di solito, scherzando ma nemmeno tanto, che nel caso di loro presenza a un Festival tanto varrebbe assegnargli direttamente un premio e non perdere tempo con il concorso. Regola rispettata anche con questo ultimo Il matrimonio di Lorna, vincitore dell’alloro per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes: inutile dire che trattasi di un premio meritato, anche perché segnala – pur all’interno di una costanza di temi e coerenza di sguardo che ha pochi eguali nel cinema contemporaneo (e quasi nessuno altrettanto meritorio) una piccola svolta nel loro cinema. Che, per una volta, abbandona il digitale per confrontarsi col 35 mm e si confronta con uno script più articolato, meno legato alla semplice forza intrinseca dei temi e/o dei personaggi. Quasi che, convinti assertori di un cinema verità che faceva del pedinamento di Zavattini un punto di partenza piuttosto che d’arrivo, i due registi e sceneggiatori stavolta sentano la necessità di inquadrare meglio la vicenda narrata, a tutti i livelli. Per cui la macchina da presa si fa meno nervosa e fisicamente presente, mentre le situazioni e il narrato si ingarbugliano rispetto alla linearità delle fatiche precedenti Ma il messaggio resta alto, così come il modo di proporlo. Nel raccontare una vicenda come quelle che di tanto in tanto affollano i giornali – la vergognosa consuetudine di organizzare matrimoni tra extracomunitari ed europei per accelerare le pratiche di cittadinanza in cambio di denaro – i Dardenne partono come sempre dalla realtà per raccontare altro. Vale a dire un mondo dove tutto, vita e morte comprese, è diventato merce, scandito dall’ossessivo passaggio di denaro da un individuo all’altro (fate caso a quante volte le banconote rubano letteralmente l’inquadratura ai protagonisti). E dove una scelta che si ponga al di fuori del circuito di vendita/acquisto provoca inevitabilmente conseguenze sconvolgenti. L’aveva detto anche Bresson nel definitivo (e bellissimo) L’argent, i Dardenne lo ripetono più laicamente: e, forse proprio in forza di una morale maggiormente laica, riescono nonostante tutto a superare il pessimismo del maestro francese che resta comunque il punto di riferimento evidente del loro cinema. Una speranza, per quanto minima, è ancora possibile: non tutto è ancora vendibile, esiste una dignità che non si piega alla forza cieca del denaro. E basta un silenzio (cui del resto fa riferimento il titolo originale, misteriosamente sostituito in quello italiano da “matrimonio”) a segnare una frattura irreparabile rispetto a un sistema di disvalori non più sopportabile. Silenzio, a dire la verità, non sempre rispettato dagli stessi autori; se proprio si deve fare un appunto, infatti, è che la forza indubitabile e trasparente del discorso incoccia qua e là – specialmente nel finale – in qualche sottolineatura di troppo, in qualche forzatura parenetica non richiesta e francamente insolita in cineasti da sempre abituati a lasciar parlare le immagini prima e meglio delle parole. Ma pagheremmo tutti per un cinema i cui difetti si limitassero a questo. Saranno pure adatti solo a un pubblico di cinefili duri e puri, come dice qualcuno, e presumibilmente la “Youtube generation” non correrà ad affollare le sale. Ma Dio ci conservi i fratelli Dardenne: mentre Loach si è perso in un didascalismo talvolta imbarazzante, restano tra i pochissimi insieme alla fresca Palma d’oro Cantet a credere in un cinema dove l’impegno nasce direttamente dalla realtà prima ancora che dalle sovrastrtrutture che indurrebbero a trattarla. Imperdibile.

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