Venezia 65 - Due opinioni a confronto: in margine alla Mostra
In un festival chiusosi con gli equilibrismi diplomatici della premiazione e le goffe esternazioni di Wenders la più grande verità è stata probabilmente detta da Marco Müller, allorché, per difendere se stesso e i propri collaboratori dalle critiche per il livello del concorso, ha allargato le braccia affermando che una kermesse come quella veneziana fotografa semplicemente l’attuale panorama del cinema internazionale.
Le parole di Müller non valgono tanto a difendere l’operato (sempre opinabile) dei selezionatori quanto piuttosto a fornire un’importante chiave di lettura per la Mostra appena conclusa e forse anche per quelle a venire. Il cinema odierno è il riflesso della cosiddetta epoca della complessità, sia perché cerca affannosamente di farsene interprete, sia perché sconta anch’esso un delicato e convulso trapasso dal vecchio al nuovo. Le tradizioni filmiche nazionali sono ormai le gabbie dorate dei registi più attardati e l’inerme bersaglio dei modernisti globalizzati, i generi sembrano sopravvivere solo per essere decostruiti e ibridati (a volte acriticamente e per mera concessione alle sirene del postmoderno), la proliferazione di documentari nasconde spesso una bassa marea creativa, il digitale ha dischiuso oceani di libertà espressiva ma è anche diventato il passe-partout del narcisismo audiovisivo. Gli Autori, per fortuna, non si sono eclissati, ma non sembrano immuni dalla confusa instabilità del momento, come dimostra ad esempio Burn after reading, in cui i Coen, dopo un film impegnato, cadono puntualmente nella trappola del divertissement vacuo ed irritante. In questo contesto i selezionatori di un festival non possono che essere particolarmente esposti alle contingenze della produzione e dell’offerta, e “Venezia 65”, schiacciata tra il risveglio di Cannes e l’ascesa di Toronto, non ha fatto eccezione.
Aperta da un debole frammento del prossimo lungometraggio del centenario Manoel De Oliveira e dall’insopportabile recitazione sopra le righe dei protagonisti del già citato film dei Coen, la Mostra si è abbandonata all’estenuante svelarsi di una selezione ufficiale davvero amorfa. La vittoria di The Wrestler è un verdetto discutibile, perché la completa adesione di Mickey Rourke al personaggio e il pedinamento registico attuato da un Aronofsky forse più maturo non bastano a riscattare una pellicola in cui il prevedibilissimo script di Robert D. Siegel grida vendetta. Consola il fatto che potesse andare ancora peggio con un premio a The Hurt Locker, che ha abbagliato persino alcuni critici di sinistra sebbene il proposito di indagare l’inquietante fenomeno dei soldati drogati dalla guerra sia risolto con una didascalia iniziale ed un finale non meno tendenzioso e la Bigelow si serva della sua indiscutibile padronanza del mezzo e dell’ottima prova di Jeremy Renner per confezionare un subdolo film di propaganda militare, nel quale gli iracheni appaiono tutti infidi e malvagi e, al contrario, gli artificieri americani sono eroi spericolati e capaci di serbare una commovente umanità sotto la dura scorza del machismo bellico. Grande rimpianto, invece, per la mancanza di riconoscimenti a Rachel getting married, liquidato come stantio filmino nuziale girato da un ex Autore: in realtà l’opera di Demme è un buon esempio di intelligente lavoro tra le maglie dei generi e, grazie alla sinergia tra la partecipe camera a mano e l’intensa spontaneità di tutto il cast (con menzione speciale per Anne Hathaway e la rediviva Debra Winger), pervade di una dolce e irresistibile malinconia la sceneggiatura di Jenny Lumet, che guarda all’istituzione familiare non come bersaglio di ormai triti slanci antiborghesi ma come interessante groviglio di psicologie e ambiguità morali da indagare con acume e rispetto.
Il resto del concorso è stato un autentico guazzabuglio di film cerebrali (come L’autre, ennesima pellicola francese dedicata ad una psicologia morbosa e tenuta in piedi solo dalla bravura di Dominique Blanc, vincitrice della Coppa Volpi a dispetto di un ruolo ridicolo con tanto di martellata in testa), tripudi di formalismo (sontuosa la fotografia di Bumažhny soldat e Gabbla, ma il pluripremiato film russo annaspa tra i manierismi cecoviani e quello algerino andrebbe scorciato di almeno 60 dei suoi 140’) e indisponenti velleitarismi (si pensi al “pasticciaccio brutto” di Plastic City o alla datatissima astrazione fantapolitica di Nuit de chien di Schroeter). Appena discreti Vegas, forse più adatto ad Orizzonti per argomento e stile, e The Burning Plain, che, grazie ad un’amara storia raccontata con furbesche manipolazioni dell’asse temporale, ha raccolto consensi superiori ai suoi effettivi meriti (individuabili nella sobrietà registica e nelle buone interpretazioni del trio femminile Theron - Basinger - Lawrence). Ci restano il rammarico e la curiosità di aver perso nell’accidentato percorso festivaliero Kitano, Miyazaki e l’apprezzato Teza, su cui non sarebbe intellettualmente onesto formulare giudizi solo sulla base del “sentito dire”.
Poca gloria per il cinema italiano, che si presentava con un quartetto non all’altezza dei recenti fasti di Gomorra e Il divo. Il papà di Giovanna si è rivelato un dignitoso prodotto artigianale in cui, a fronte di una sceneggiatura sin troppo lineare (con una clamorosa ‘caduta’ nella scena della fucilazione del mediocre Ezio Greggio) e una posticcia cornice storica, si apprezzano la fluidità della narrazione e la prova attoriale dello straordinario Silvio Orlando (più che meritata la sua Coppa Volpi) e di una credibile Alba Rohrwacher. Delusione per Birdwatchers, che, pur avendo avuto qualche chance di ottenere il premio speciale della Giuria, resta un’incompiuta dell’ambizioso Bechis, troppo attento a vincere la sfida posta dalle locations esotiche e dall’eterogeneità etnoculturale del cast per poter dotare la propria pellicola di un’idea forte dal punto di vista visivo e diegetico. Maluccio anche Il seme della discordia, in cui si sfiorano con leggerezza talora irritante temi scottanti quali aborto ed infertilità e il vero obiettivo (senz’altro inadatto ad una pellicola in concorso) è intonare un peana alla straripante bellezza della Murino, tra richiami alla commedia sexy anni ‘70 e un’estetica pop in bilico tra il Corsicato d’annata e l’Almodovar più corrivo. In lieve ripresa rispetto alle ‘vergogne’ di Satuno contro ma pur sempre da bocciare Ozpetek, che in Un giorno perfetto dilapida per l’ennesima volta la sua discreta bravura nel dirigere gli attori, assecondando mal fomentate velleità autoriali e scadendo nel ridicolo involontario ad ogni apertura verso il melodramma e ad ogni confusione tra sentimenti e sentimentalismo. Purtroppo non si può dir meglio di Un altro pianeta di Stefano Tummolini, ex sceneggiatore di Ozpetek, che imperdonabilmente non sfrutta la libertà concessa da una produzione autarchica e da un budget di appena 970 euro e, dopo un promettente inizio sfrontato, si perde tra melensaggini e ironia ruffiana sino ad un finale che lascia quanto meno interdetti. Commoventi le storie raccontate dai due documentari La fabbrica dei tedeschi e Thyssenkrupp Blues, che sarebbe bello poter trasformare in un solo film, fatto con i più interessanti materiali del primo e il pudore registico del secondo (un plauso a Pietro Balla e Monica Repetto, ben lontani dall’affiorante retorica strappalacrime di Calopresti). Le migliori pellicole italiane della Mostra sono state Puccini e la fanciulla, in cui il geometrico rigore e l’asciuttezza della regia di Paolo Benvenuti nobilitano un soggetto esile e rischioso (provate ad immaginare se il film lo avesse girato Zeffirelli…) e Pranzo di Ferragosto, incisivo e fulminante come una bella pièce che travolge lo spettatore con la perfetta alchimia dei suoi interpreti e, tra una risata e l’altra, insinua una piccola, sentita riflessione sulla difficoltà di approccio a quella sacca di solitudine ed emarginazione che è il mondo degli anziani.
Ancora una volta ottima la selezione di Giornate degli Autori, vera colonna portante del festival dell’era Müller: degni di nota soprattutto il francese Stella (la regista Sylvie Verheide si ricorda di Truffaut e schiva tutti i rischi dell’autobiografia e dei film sull’infanzia) e il romeno Pescuit sportiv (un brillante tour de force di soggettive e semisoggettive per raccontare il conflitto dei punti di vista nelle dinamiche di coppia). Il film più bello tra quelli visti a Venezia è stato però regalato dalla sezione Orizzonti: si tratta di Un lac, autentico gioiello scritto, diretto e fotografato dal francese Philippe Grandrieux, che sembra il ‘doppio’ di Muukalainen (una pellicola finlandese proposta in Giornate degli Autori) ma lo sopravanza per la straordinaria riflessione sulla fragilità della condizione umana (centrali i temi del rapimento, dello sradicamento e della perdita del sé, tutti sviluppati sia sul piano letterale che su quello metaforico) e per la capacità di tradurla visivamente in immagini dense, livide e febbrili di corpi inghiottiti ora dal gelo, ora da un’oscurità striata di rosso. Se verrà distribuito, non perdetelo e state certi che, scivolando dal buio della sala a quello del film, dimenticherete in fretta i fatui bagliori della Mostra.
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