Venezia 65 – Due opinioni a confronto: in margine alla Mostra
Posted by Marco Onorato | Posted in Venezia 2008 | Posted on 10-09-2008
Tag:65.-Mostra-del-Cinema, Biennale-2008, Coppa-Volpi, Festival-di-Venezia, marco-muller, Mostra-del-Cinema, mostra-del-cinema-di-venezia, premi-venezia, Venezia-2008, Venezia-65
0
In un festival chiusosi con gli equilibrismi diplomatici della premiazione e le goffe esternazioni di Wenders la più grande verità è stata probabilmente detta da Marco Mà¼ller, allorché, per difendere se stesso e i propri collaboratori dalle critiche per il livello del concorso, ha allargato le braccia affermando che una kermesse come quella veneziana fotografa semplicemente l´attuale panorama del cinema internazionale.
Le parole di Mà¼ller non valgono tanto a difendere l´operato (sempre opinabile) dei selezionatori quanto piuttosto a fornire un´importante chiave di lettura per la Mostra appena conclusa e forse anche per quelle a venire. Il cinema odierno è il riflesso della cosiddetta epoca della complessità , sia perché cerca affannosamente di farsene interprete, sia perché sconta anch´esso un delicato e convulso trapasso dal vecchio al nuovo. Le tradizioni filmiche nazionali sono ormai le gabbie dorate dei registi più attardati e l´inerme bersaglio dei modernisti globalizzati, i generi sembrano sopravvivere solo per essere decostruiti e ibridati (a volte acriticamente e per mera concessione alle sirene del postmoderno), la proliferazione di documentari nasconde spesso una bassa marea creativa, il digitale ha dischiuso oceani di libertà espressiva ma è anche diventato il passe-partout del narcisismo audiovisivo. Gli Autori, per fortuna, non si sono eclissati, ma non sembrano immuni dalla confusa instabilità del momento, come dimostra ad esempio Burn after reading, in cui i Coen, dopo un film impegnato, cadono puntualmente nella trappola del divertissement vacuo ed irritante. In questo contesto i selezionatori di un festival non possono che essere particolarmente esposti alle contingenze della produzione e dell´offerta, e “Venezia 65″, schiacciata tra il risveglio di Cannes e l´ascesa di Toronto, non ha fatto eccezione.
Aperta da un debole frammento del prossimo lungometraggio del centenario Manoel De Oliveira e dall´insopportabile recitazione sopra le righe dei protagonisti del già citato film dei Coen, la Mostra si è abbandonata all´estenuante svelarsi di una selezione ufficiale davvero amorfa. La vittoria di The Wrestler è un verdetto discutibile, perché la completa adesione di Mickey Rourke al personaggio e il pedinamento registico attuato da un Aronofsky forse più maturo non bastano a riscattare una pellicola in cui il prevedibilissimo script di Robert D. Siegel grida vendetta. Consola il fatto che potesse andare ancora peggio con un premio a The Hurt Locker, che ha abbagliato persino alcuni critici di sinistra sebbene il proposito di indagare l´inquietante fenomeno dei soldati drogati dalla guerra sia risolto con una didascalia iniziale ed un finale non meno tendenzioso e la Bigelow si serva della sua indiscutibile padronanza del mezzo e dell´ottima prova di Jeremy Renner per confezionare un subdolo film di propaganda militare, nel quale gli iracheni appaiono tutti infidi e malvagi e, al contrario, gli artificieri americani sono eroi spericolati e capaci di serbare una commovente umanità sotto la dura scorza del machismo bellico. Grande rimpianto, invece, per la mancanza di riconoscimenti a Rachel getting married, liquidato come stantio filmino nuziale girato da un ex Autore: in realtà l´opera di Demme è un buon esempio di intelligente lavoro tra le maglie dei generi e, grazie alla sinergia tra la partecipe camera a mano e l´intensa spontaneità di tutto il cast (con menzione speciale per Anne Hathaway e la rediviva Debra Winger), pervade di una dolce e irresistibile malinconia la sceneggiatura di Jenny Lumet, che guarda all´istituzione familiare non come bersaglio di ormai triti slanci antiborghesi ma come interessante groviglio di psicologie e ambiguità morali da indagare con acume e rispetto.
Il resto del concorso è stato un autentico guazzabuglio di film cerebrali (come L´autre, ennesima pellicola francese dedicata ad una psicologia morbosa e tenuta in piedi solo dalla bravura di Dominique Blanc, vincitrice della Coppa Volpi a dispetto di un ruolo ridicolo con tanto di martellata in testa), tripudi di formalismo (sontuosa la fotografia di Bumažhny soldat e Gabbla, ma il pluripremiato film russo annaspa tra i manierismi cecoviani e quello algerino andrebbe scorciato di almeno 60 dei suoi 140´) e indisponenti velleitarismi (si pensi al “pasticciaccio brutto” di Plastic City o alla datatissima astrazione fantapolitica di Nuit de chien di Schroeter). Appena discreti Vegas, forse più adatto ad Orizzonti per argomento e stile, e The Burning Plain, che, grazie ad un´amara storia raccontata con furbesche manipolazioni dell´asse temporale, ha raccolto consensi superiori ai suoi effettivi meriti (individuabili nella sobrietà registica e nelle buone interpretazioni del trio femminile Theron – Basinger – Lawrence). Ci restano il rammarico e la curiosità di aver perso nell´accidentato percorso festivaliero Kitano, Miyazaki e l´apprezzato Teza, su cui non sarebbe intellettualmente onesto formulare giudizi solo sulla base del “sentito dire”.
Poca gloria per il cinema italiano, che si presentava con un quartetto non all´altezza dei recenti fasti di Gomorra e Il divo. Il papà di Giovanna si è rivelato un dignitoso prodotto artigianale in cui, a fronte di una sceneggiatura sin troppo lineare (con una clamorosa ‘caduta´ nella scena della fucilazione del mediocre Ezio Greggio) e una posticcia cornice storica, si apprezzano la fluidità della narrazione e la prova attoriale dello straordinario Silvio Orlando (più che meritata la sua Coppa Volpi) e di una credibile Alba Rohrwacher. Delusione per Birdwatchers, che, pur avendo avuto qualche chance di ottenere il premio speciale della Giuria, resta un´incompiuta dell´ambizioso Bechis, troppo attento a vincere la sfida posta dalle locations esotiche e dall´eterogeneità etnoculturale del cast per poter dotare la propria pellicola di un´idea forte dal punto di vista visivo e diegetico. Maluccio anche Il seme della discordia, in cui si sfiorano con leggerezza talora irritante temi scottanti quali aborto ed infertilità e il vero obiettivo (senz´altro inadatto ad una pellicola in concorso) è intonare un peana alla straripante bellezza della Murino, tra richiami alla commedia sexy anni ’70 e un´estetica pop in bilico tra il Corsicato d´annata e l´Almodovar più corrivo. In lieve ripresa rispetto alle ‘vergogne´ di Satuno contro ma pur sempre da bocciare Ozpetek, che in Un giorno perfetto dilapida per l´ennesima volta la sua discreta bravura nel dirigere gli attori, assecondando mal fomentate velleità autoriali e scadendo nel ridicolo involontario ad ogni apertura verso il melodramma e ad ogni confusione tra sentimenti e sentimentalismo. Purtroppo non si può dir meglio di Un altro pianeta di Stefano Tummolini, ex sceneggiatore di Ozpetek, che imperdonabilmente non sfrutta la libertà concessa da una produzione autarchica e da un budget di appena 970 euro e, dopo un promettente inizio sfrontato, si perde tra melensaggini e ironia ruffiana sino ad un finale che lascia quanto meno interdetti. Commoventi le storie raccontate dai due documentari La fabbrica dei tedeschi e Thyssenkrupp Blues, che sarebbe bello poter trasformare in un solo film, fatto con i più interessanti materiali del primo e il pudore registico del secondo (un plauso a Pietro Balla e Monica Repetto, ben lontani dall´affiorante retorica strappalacrime di Calopresti). Le migliori pellicole italiane della Mostra sono state Puccini e la fanciulla, in cui il geometrico rigore e l´asciuttezza della regia di Paolo Benvenuti nobilitano un soggetto esile e rischioso (provate ad immaginare se il film lo avesse girato Zeffirelli…) e Pranzo di Ferragosto, incisivo e fulminante come una bella pièce che travolge lo spettatore con la perfetta alchimia dei suoi interpreti e, tra una risata e l´altra, insinua una piccola, sentita riflessione sulla difficoltà di approccio a quella sacca di solitudine ed emarginazione che è il mondo degli anziani.
Ancora una volta ottima la selezione di Giornate degli Autori, vera colonna portante del festival dell´era Mà¼ller: degni di nota soprattutto il francese Stella (la regista Sylvie Verheide si ricorda di Truffaut e schiva tutti i rischi dell´autobiografia e dei film sull´infanzia) e il romeno Pescuit sportiv (un brillante tour de force di soggettive e semisoggettive per raccontare il conflitto dei punti di vista nelle dinamiche di coppia). Il film più bello tra quelli visti a Venezia è stato però regalato dalla sezione Orizzonti: si tratta di Un lac, autentico gioiello scritto, diretto e fotografato dal francese Philippe Grandrieux, che sembra il ‘doppio´ di Muukalainen (una pellicola finlandese proposta in Giornate degli Autori) ma lo sopravanza per la straordinaria riflessione sulla fragilità della condizione umana (centrali i temi del rapimento, dello sradicamento e della perdita del sé, tutti sviluppati sia sul piano letterale che su quello metaforico) e per la capacità di tradurla visivamente in immagini dense, livide e febbrili di corpi inghiottiti ora dal gelo, ora da un´oscurità striata di rosso. Se verrà distribuito, non perdetelo e state certi che, scivolando dal buio della sala a quello del film, dimenticherete in fretta i fatui bagliori della Mostra.


