Venezia 65 - Due opinioni a confronto: Ram Jam, il colpo di grazia
Marco Mueller e i suoi selezionatori ce l’hanno fatto sudare, quest’anno, il Leone d’Oro. E’ arrivato all’ultimo giorno utile, con l’ultimo film in concorso, di quel Darren Aronofsky che già una volta aveva deluso con il suo onirico ma troppo kitsch e sconclusionato The Fountain. E invece eccolo che, con l’unico film davvero completo di tutta la rassegna, arriva e sbaraglia ogni pronostico, ogni sondaggio tentato nei giorni precedenti.
Sondaggi, del resto, più che distanti dall’unanimità, con, forse, l’etiope Teza in vantaggio, anch’esso per armonia di storia e regia, oltrechè per un certo bisogno di politicamente corretto. Ci sarebbe stato poco da fare, poi, per i più sperimentali, ma noiosi e poco distribuibili Vegas: Based on a True Story o Gabbla, nonostante l’audacia del primo e la bellezza rarefatta della fotografia del secondo. E improbabile sembrava anche un premio all’eterno presente Kitano, troppo ombelicale o troppo surreale, nonostante sia piaciuto quest’anno più del solito con il suo Achille e la Tartaruga, dolce e definitivo al tempo stesso. Per non parlare dell’altro giapponese culto, quel Myazaki che disegnando cartoni animati pare lontanissimo da qualsiasi premio, nonostante il suo Ponyo abbia commosso pure la stampa più acida e si prepara a sbaragliare ogni rivale al botteghino. Inutile citare, anche, i due americani Rachel Getting Married, troppo povero di sceneggiatura, e The Hurt Locker, debole rispetto al bellissimo In the Valley of Elah e al più significativo Redacted, rimpianti protagonisti della scorsa edizione.
Così non è uno sminuire il film, se si dice che ha vinto l’unica opera che poteva vincere, quella che ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo a fine festival, sia a chi aspettava Aronofosky come il Messia, e un po’ temeva la delusione, sia a quanti hanno salutato la metamorfosi del regista come manna dal cielo salvatrice della Mostra. Ha messo d’accordo tutti, e questo è già un segnale. E non ci si lasci ingannare dal polverone sollevato attorno alla Coppa Volpi. Sarebbe stata ampiamente meritata anche da Mickey Rourke, e su questo non ci piove, ma è finita in ottime mani, anche se sono mani a cui siamo più abituati, meno spettacolari, meno vissute, forse. Che si faccia avanti chi pensa che un premio per miglior attore lo possa vincere solo chi si abbruttisce e scende fino agli inferi fisicamente. Basta e avanza il tormento psicologico, e a tirarsi martellate in testa lasciamone una soltanto.
The Wrestler ruota attorno alla figura di Randy The Ram, impersonata magistralmente da Rourke. Fin qui tutti d’accordo. Quello che però pare dimenticarsi parecchia stampa è che il regista, con un cambiamento a trecentosessanta gradi, si pone in questo film come l’impietosa ombra del lottatore. La telecamera segue l’attore da vicino, ne immortala senza sconti ogni scalfittura della pelle, ogni ruga irrigidita dai farmaci, ogni espressione rattrappita dalla finzione. Si affaccia, insomma, ancora una volta in questo festival la riflessione sulla spettacolarizzazione della vita operata dai reality show.
Sono tanti i livelli di lettura che la regia raffinata offre a questo film, molto oltre la biografia sportiva. C’è il tema della vecchiaia, così importante per chi vive del proprio corpo. Ma a farla da padrona è la solitudine, che spinge a cercare i propri simili, magari sbagliando posto. E’ proprio l’umanità del personaggio, la sua valenza che supera la semplice fisicità, pur così esaltata, a rendere questo film profondo e commovente, nonostante alcune sbavature della scrittura, come la figlia leggermente abbandonata al clichè del lesbismo, o la storia d’amore un po’ troppo sdolcinata.
Si lascino da parte, dunque, le polemiche per questi premi in fondo attesi e prevedibili. Si è detto che le cose sarebbero andate diversamente se si fossero potuti combinare Leone e Coppa. Così non è stato: il guerriero ha meritato il suo premio dorato, e anche Orlando, padre altrettanto sbagliato, che pur non distruggendosi il corpo spende la vita al servizio della propria figlia ha tutto il diritto di bearsi della propria Coppa.
Non si può parlare dei premi di questa sessantacinquesima Mostra del Cinema senza almeno accennare agli altri due successi del cinema italiano. Il primo è l’esordiente, e giovane almeno di spirito, Gianni di Gregorio, che vince il Leone del Futuro con la commedia piena di grazia Pranzo di Ferragosto. E un’altra commedia vince il premio per le Giornate degli Autori: si tratta di Machan di Uberto Pasolini, produttore di Full Monty e che proprio da questo genere di film attinge per la sua storia, vera, di un’improvvisata nazionale di pallamano dello Sri Lanka che si iscrive a un torneo in Germania per poter emigrare.
Già si sentono i “ma”, i “perchè questi film non erano in concorso?”. Zitti. Abbiamo visto del buon cinema che ci ha fatto emozionare, e questo è l’importante.
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