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Un giorno perfetto

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 06-09-2008

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un giorno perfetto Un giorno perfettoUn giorno perfetto è, con termine antifrastico, il periodo di ventiquattro ore in cui vediamo scorrere la vicenda di Antonio ed Emma, separati con due figli. Lui, ex poliziotto e ora guardia del corpo di un politico rampante, non l´ha ancora superata: è in terapia da uno psicologo ma spia il nucleo famigliare sottocasa. Lei fa la telefonista in un call center e vuole apparire più giovane di quello che è per mantenere il lavoro, ma trucco e vestiti le danno un´aria grottesca. Dei due figli, Kevin va ancora alle elementari, mentre Valentina è nell´età  critica del pieno sviluppo adolescenziale e non ha ancora superato il trauma della separazione. Da alcuni atti dell´uomo, è chiaro che Antonio è prossimo ad un gesto estremo, e le cose precipitano proprio quella sera quando porta i figli a casa sua malgrado l´inquietudine di Emma. Attorno a loro ruotano le vicende di personaggi che si avvicinano o entrano nelle loro vite…

Un giorno perfetto, film in sala da ieri e primo dei film italiani presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nonché tra i più fischiati alla proiezione stampa, segna una svolta nel cinema di Ferzan Ozpetek. Non che ne sentissimo il bisogno impellente, comunque è il primo film per il quale il regista ha deciso di girare partendo da una sceneggiatura già  scritta da un altro, nella fattispecie Sandro Petraglia (Mio fratello è figlio unico, Quando sei nato non puoi più nasconderti, Romanzo criminale, Le chiavi di casa, La meglio gioventù, solo per citare alcuni dei suoi maggiori successi degli ultimi anni, ma in attività  fin dagli anni Settanta), e tratto dall´omonimo romanzo di Melania Mazzucco. Capita a volte che alcuni registi (anche i cosiddetti “autori”) lavorando su commissione, proprio perché possono permettersi un certo distacco, sfornano alcuni dei loro risultati migliori. Questo, purtroppo, non è capitato a Ozpetek fondamentalmente per due motivi.
Il primo è perché si è oramai affibbiata al regista una patente di “autorialità ” – e, a onor del vero, non è nemmeno colpa sua – che la dice lunga sul cinema italiano e che ci dovrebbe far riflettere sul suo stato di salute. Riconosciamo a Ozpetek che il suo cinema nasce da una sincera urgenza, tocca tematiche forti e vorrebbe esprimersi attraverso un nucleo emotivo dirompente e tendente al dramma. Il problema è che tutto questo coacervo trova poi sbocco in una messa in scena che è da paradigma televisivo – e che, come tale, lo pone in ritardo perfino rispetto a certe fiction televisive trasmesse dalla Rai. Il secondo – e questo sì, è colpa del regista – è che alla fine perfino Ozpetek è arrivato a credere di essere una personalità  del cinema italiano, per cui non ha più la capacità  di affrontare un tema altrui con la modestia del professionista: avvicinatosi ai lavori della Mazzucco e di Petraglia non ha potuto fare a meno di “ozpetekizzarli”, trasformando il tutto in un guazzabuglio. Vediamo perché.

La tematica è molto forte e, come ci ricorda regolarmente la cronaca, la famiglia è il nucleo sociale dove più l´individuo è vittima della violenza. I telegiornali ci hanno abituato a storie e immagini molto crude al riguardo. Ad Ozpetek, come in una qualsiasi fiction e come nel resto dei suoi film, quello che interessa è fare belle inquadrature (la pellicola inizia con un pianosequenza abbastanza pretestuoso), mettere in bocca ai suoi attori battute ridondanti e sorvolare sugli aspetti più scabrosi della vicenda perfino con un accenno a un mezzo lieto fine (lo stupro fallisce in maniera poco credibile, l´omicidio è tutto fuori campo e non è difficile credere alle ingerenze di una produzione come quella di Rai Cinema che pensa a quando il film sarà  trasmesso in prima serata). Perfino attori altrove apprezzati come Mastandrea e la Ferrari qui ciondolano con evidenza in attesa che qualcosa accada. Senza contare l´accumulo di ruoli femminili che non trovano poi uno sviluppo logico. C´è proprio bisogno di un personaggio come quello della professoressa (nel romanzo era un professore gay) che per tutto il tempo non fa che reggere il moccolo ai monologhi della Ferrari? Per quanto brava possa essere un´attrice come la Guerritore, dopo un po´ che atteggia gli occhi a comprensione rende evidente l´inconsistenza del ruolo. Ha qualche importanza per la vicenda che, come sbandierato da Ozpetek, il personaggio della Sandrelli sia la versione terza età  di quello che interpretava in Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli? Accumulo che poi, a ben vedere, è il problema di fondo di tutta la vicenda secondaria legata alla famiglia del politico: possiamo azzardare che volesse essere un confronto tra due nuclei famigliari di diversa estrazione sociale, perfino una velata accusa politica alla classe dirigente che con il suo agire costringe le famiglie italiane a vivere in quell´indigenza che porta a fare gesti estremi; ma alla fin fine, sul piano della struttura, bisogna riconoscere che è soltanto e semplicemente contorno. Ozpetek s´è evidentemente dimenticato che il cinema non è un romanzo.
Scrivevamo all´inizio della Mostra che il sistema produttivo del cinema italiano non è ancora pronto per una vera e propria rinascita. Uno dei motivi è proprio questo: che si dà  troppa credibilità , visibilità  e spendibilità  autoriale a uno come Ozpetek, e poi i bei film e i bravi registi non riescono nemmeno ad arrivare in sala.

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Se non avessi letto il libro della Mazzucco, forse mi sarei accontentata. Nel film non ho trovato l’atmosfera opprimente e drammatica delle pagine del romanzo, la sua dolente coralità, e forse sono stata penalizzata dall’immagine che mi ero fatta dei personaggi, soprattutto Antonio e l’insopportabile madre di Emma. Una bella occasione perduta.

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