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Venezia 65 – Forse ci siamo

Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 04-09-2008

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teza Venezia 65   Forse ci siamoE´ abbastanza pacifico il giudizio che negli ultimi due giorni si sia visto il primo vero titolo papabile di quest´edizione. Se poi sia solo un nome da bruciare non è dato saperlo. Resta il quasi unanime parere sulla bellezza di un film che sa narrare la storia di un uomo che lotta per i propri ideali senza trasformarlo in un facile eroe.
Chi è finalmente riuscito a emozionare è Teza, dell´etiope Haile Gerima, da sempre impegnato nella produzione di opere, soprattutto documentaristiche, sulla storia del proprio paese. Questa volta, invece Gerima si presenta con un film narrativo, che segue il percorso di Anberber, nome che significa guerriero, da attivista politico impegnato nella lotta per instaurare una repubblica socialista in Etiopia, a dissidente costretto all´esilio in Germania, a scienziato che vuole dedicare la propria vita alla cura di tutte le malattie che affliggono la sua patria. Per questo è disposto a tornare e rischiare anche la pelle, mettendo in discussione ciò che di buono era riuscito a costruirsi in terra straniera. E il ritorno significa anche confronto con l´immobilità  del mondo rurale in cui è nato, un mondo ancora patriarcale e superstizioso, oppresso da millenni di cicli ripetitivi oltrechè dal nuovo regime che vuole portare i suoi figli in un´ennesima guerra civile.
Ma, e qui sta la maestria del film, Anberber non compie soltanto un cammino fisico che lo porta a sperimentare la sofferenza, inflittagli dai propri connazionali come dai bianchi razzisti. La sua è una lenta crescita che lo rende finalmente protagonista attivo della propria vita, utile e non più impotente sia nella società  che nel piccolo villaggio, fino alla scelta, simbolica, della paternità .
La storia, chiara e anche istruttiva dal punto di vista storico, è messa in scena con sobrietà , sfruttando la suggestione dei paesaggi e dei colori etiopi, ma senza scadere nei luoghi comuni.
Leggermente influenzate da clichè sono invece le scene in cui il protagonista è attanagliato da un´angoscia senza fine. Macchina a mano con rapidi movimenti, luci verdi e rosse: già  visto.
Se sia arrivato l´inizio della riscossa africana lo sapremo solo tra 2 giorni. Nel frattempo consigliamo questo film che nonostante tema e durata (140 minuti) riesce a non essere il solito mattone agiografico, ma l´espressione del dilemma di una generazione stretta tra la scelta dell´abbandono della patria e la decisione di restare e cambiare il sistema dall´interno, con tutte le conseguenze affettive e non solo, che entrambe le strade comportano.

gabbla Venezia 65   Forse ci siamoE c´è una seconda sorpresa che arriva dall´Africa: si tratta di Gabbla, dell´algerino Tariq Teguia, che arriva in concorso con il suo secondo film, dopo aver esordito nel 2006 nella sezione Orizzonti con Rome plutà´t que vous. Sebbene rimanga la lentezza quale cifra caratterizzante il regista, la qualità  di questo lungometraggio è decisamente più alta del primo. Infatti, seppure dopo un inizio difficoltoso, il film prende quota e ci fa entrare in una dimensione contemplativa e al contempo profondamente consapevole di ciò che accade sullo schermo, rappresentazione di quella che sembra proprio una delle tante tragedie umane che si consumano in Algeria.
Malik, divorziato e solitario, viene mandato a lavorare in una provincia remota dell´Algeria. Qui, siccome Tegula ha imparato che dopo un´ora deve succedere qualcosa in un film, incontrerà  una giovane clandestina diretta in Marocco, i cui compagni di sventura sono tutti morti, che decide di aiutare.
Il regista sceglie di lasciare ogni evoluzione dei personaggi implicita, non spiegata. Ma non per questo viene meno la logica del film, che risulta, al contrario, scritto molto bene. E se è la bella fotografia a farla da padrone, essa sostituisce, in un certo senso la caratterizzazione dei personaggi, che sono, ad eccezione dei due protagonisti, un´espressione della terra stessa.
Il tutto è legato dall´ottima colonna sonora, capace di commentare la vicenda senza invadenza, e da alcuni inserti di discussioni politiche di un collettivo comunista, poste a mò di didascalie nel corso della vicenda.

rachel getting married Venezia 65   Forse ci siamoSono un po´ una delusione, invece, i due film americani presentati in questi ultimi giorni. Sebbene Jonathan Demme si adoperi per supplire alle pecche della sceneggiatura con una discreta regia, supportato dalla bella e ancor più brava (e adatta al ruolo) Anne Hathaway, Rachel getting married risulta un po´ debole. Storia del ritorno a casa di Kym, drogata in riabilitazione da nove mesi, in occasione del matrimonio della sorella, il film condensa un weekend in due ore, centoventi minuti faticosi, con scene corali eccessivamente dilatate che risultano pesanti. Inspiegabile è poi la caratterizzazione della famiglia allargata della sposa, così politicamente corretta nella sua multiculturalità  da rasentare la stucchevolezza (e cosa c´entrano le ballerine brasiliane a un matrimonio in sari tra una bianca e un nero?). Invece di affastellare elementi, si sarebbe fatto bene a sceglierne uno, ad esempio la musica, con la scelta di portare la colonna sonora davanti allo schermo. Occasione perduta.
hurt locker Venezia 65   Forse ci siamoTroppo facile è invece la drammaticità  a cui si affida Kathryn Bigelow per il suo The Hurt Locker, che dovrebbe essere la denuncia di come la guerra diventi una droga (vedi citazione a inizio film) per soldati come l´artificiere James. Questa specie di incosciente dal cuore, come si scoprirà , buono, sfida il rischio della morte ogni giorno, sprezzante dell´eventualità  di lasciare un orfano a casa. Inevitabile lo scontro con il posato nero suo compagno di operazioni Sanderson.
Durante tutta la durata del film non si riesce a togliersi dalla testa l´idea di già  visto, con clichè come la brutalità  dei soldati impauriti, e ogni singolo evento di rottura risulta previdibile. Questo più il finale sopra le righe, così diverso dal resto del film anche per scelte registiche, ne fanno un film che dopo In the Valley of Elah, di cui lo sceneggiatore Mark Boal aveva collaborato a scrivere la storia, e Redacted non avrebbe meritato un posto in concorso.

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