Venezia 65 - Il concorso non è bello se non è litigarello
Continua il concorso, e non passa giorno che non si discuta. I film fanno parlare di sé, dividono quasi nettamenta la platea. Pochi i giudizi unanimi, se non che non ci sono film che fanno impazzire.
Il più chiacchierato degli ultimi giorni è decisamente Vegas: Based on a true story, dell’iraniano Amir Naderi, girato però negli Stati Uniti. La trama è semplice, uno dei motivi per cui il film è denigrato. Prendete una famiglia che deve costantemente fare attenzione che i conti tornino, madre ex giocatrice d’azzardo e padre tuttora nel giro, anche se per cifre modeste. Dite loro che c’è un tesoro sepolto nel giardino che la donna, Tracy, ha sistemato con tanta cura. E state a guardare la bomba che avete innescato.
Naderi vi presenta l’esperimento in un film a costo zero, capace di catturare con un uso intelligente del digitale, tutto lo squallore e la nullità che avvolge la famiglia Parker. Si potrebbe obiettare che spendendo un po’ si sarebbe ottenuto un risultato ancora migliore, in fondo stiamo parlando di un’opera che concorre a Venezia. Eppure il film che vediamo non è affatto brutto, anzi. E’ giusto. E’ vero, per la bruttezza, ma senza aggiungervi nulla. E’ crudo nello stare addosso ai personaggi e guardarli sbagliare e ricadere nei propri errori. E’ impietoso nel mostrare lo scempio che fanno della propria vita. Ma lo fa senza spettacolarizzare nulla, senza grida, pianti o strepiti. E per questo gliene siamo grati.
Profondamente russo è Paper Soldier, di Alexey German Jr, storia del medico Danil, incaricato di assistere alla preparazione fisica del team di piloti selezionato per il primo lancio umano nello spazio, team da cui fu scelto Gagarin. In un’atmosfera rarefatta, lunare, sospesa in un limbo di sogno, o forse sarebbe meglio dire d’incubo, il dottore si consuma nel complesso di inferiorità nei confronti del padre, grande chirurgo, e nell’angoscia che qualcosa vada storto nel lancio, qualcosa a cui lui non potrebbe porre rimedio. Accanto a lui c’è la moglie, Nina, con cui ha un rapporto fatto di continui rimbecchi e tensione.
Il tutto dà vita a dialoghi sul filo dell’assurdo, criptici, da romanzo russo, appunto. Peccato che siamo al cinema e spesso risulti difficile seguirli. Ne fanno le spese i personaggi, che perdono di caratterizzazione e profondità.
E’ ancora una volta l’estetica a essere privilegiata nel francese Nuit de Chien.
Il dottore e colonnello di una sorta di armata rivoluzionaria Luis Ossorio Vignale vaga per la sua città assediata, dove è tornato dopo sei mesi di combattimenti sui monti. Cerca la propria moglie, che l’ha chiamato per essere salvata. In un tutti contro tutti che non ha senso, la città, luogo immaginario e senza tempo, si consuma, e con essa il protagonista.
Una trama complessa, svelata a poco a poco. Ma non è quello che conta. Ciò su cui si concentra Werner Schroeter è la messa in scena, molto teatrale, della città, coi sui personaggi surreali nella loro esagerazione. Curatissime sono le inquadrature, le luci, le atmosfere. E’ importante esserci, sul momento, godere dell’attimo, perché il resto non conta, come dimostra la parentesi in cui è racchiuso il film. Una delizia per gli occhi.
Lapidario giudizio su Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, presentato nell’ambito della Settimana della Critica. Ottima commedia, molto semplice e gradevole, senza pretese, lunga il giusto. Che viene sempre da chiedersi perché un film così si debba relegarlo alle rassegne minori quando in concorso ci son certi film drammatici sì, ma per gli spettatori in sala.
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