Venezia 65 - Non c’è due senza tre
Tre è il numero perfetto, e tre sono i film italiani in concorso, nonostante il regista di Birdwatchers – La terra degli uomini rossi, Marco Bechis sia italiano solo per metà. L’autore di Hijos e Garage Olimpo presenta ancora una volta una storia impegnata socialmente: un gruppo di indios abbandona la riserva loro assegnata per occupare quella che era la loro terra, e che ora appartiene a un ricco possidente bianco. Questa scelta, però, non può restare senza conseguenze. Da un lato l’integrità delle tradizioni, incarnata dalla figura dello sciamano, dall’altro la dura realtà da affrontare, fatta di decadenza alcolica e povertà. Nulla può essere puro come un tempo, e il malocchio che sembrava aggirato incombe.
Il contenuto interessante del film è supportato da un ottimo apparato tecnico ed estetico. Bellissima la fotografia e molto intelligente la regia di Bechis, che sa mischiare scene corali a soggettive stranianti, capaci di comunicare la perdita di punti di riferimento dei singoli. La colonna sonora, poi, indovina tempi e toni, in modo da dettare il passo all’intero film.
Eppure qualcosa di quest’opera non convince appieno. Pare che sia nato dal confronto del regista, giunto sul posto con una propria storia, con gli indios, che giornalmente modificavano il copione. Questo non ha impedito, però, di creare personaggi e singole situazioni che si abbandonano alla facilità dello stereotipo. In questo senso il film pare ricalcare da un lato le vecchie epopee sui pellirosse, con le loro storie di capitribù alcolizzati e riti magici, dall’altro alcune figure mitologiche, come la donna che usa il proprio corpo come arma, o i ragazzi dall’amore che non bada alle differenze razziali. Il tutto senza scavo psicologico. E’ possibile che tutto questo sia voluto. Che effettivamente per questo popolo contino più i ruoli che l’individualità, come dimostrano anche le reazioni al suicidio delle due ragazze all’inizio del film. In tal caso l’errore di Bechis sta nel non esplicitare il problema.
Il film comunque dimostra ancora una volta come c’è un cinema italiano capace di staccarsi dal proprio ombelico e andare oltre, per confrontarsi con il mondo esterno e raccontarlo con la propria sensibilità.
Chicche da segnalare.
Sell Out! (Settimana della critica), un divertente musical malese che affronta temi importanti, come la spettacolarizzazione della vita operata dai reality, con un’ironia fantastica.
A Erva do Rato (Orizzonti), di Julio Bressane e Rosa Dias, un film in cui perfezione estetica e morbosità si fondono a creare un film in grado di esprimere il significato di concetti come solitudine e amore.
Below Sea Level (Orizzonti), di Gianfranco Rosi, un documentario che mostra l’esperienza di alcuni homeless ritiratisi in un deserto in California. Loro ridono, si ubriacano e piangono davanti alla macchina da presa, come se non si trattasse della loro vita, quella che va in scena. Anche noi ridiamo. Il resto è superfluo.
A country teacher (Giornate degli autori), di Bohdan Slama, che accompagna i propri personaggi al fondo di un pozzo, per poi farli risalire dolcemente. Lento ma molto profondo.
Da evitare.
Sut (Milk) (Concorso), di Semih Kaplanoglu e Melih Selcuk, in cui la ricerca estetica annulla completamente la storia, lasciando lo spettatore disorientato a domandarsi se c’erano dei simboli che non ha colto, o se il film era pressoché inutile. La seconda ci sembra più plausibile.
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