Venezia 65 – Il giorno del riscatto
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 31-08-2008
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Bisogna dirlo forte. Il secondo film italiano in concorso è quantomeno degno di esserci. Pupi Avati ha trovato una storia intimista e allo stesso tempo capace di interessare e riguardare tutti, perché tutti siamo stati figli, se non anche genitori. Il papà di Giovanna è il ritratto universale di una famiglia male assortita, nonostante gli sforzi di amore da ogni parte.
Giovanna è una ragazza bruttina e isolata, con un padre che per farla felice non esiterebbe di fronte a nulla, e la sorregge di continuo con iniezioni di autostima non sempre fondate. E poi c´è la madre, la bella e fredda Delia, impersonata da Francesca Neri, incapace di stringere un rapporto con la figlia, e non che con il marito vada meglio. Dove può portare l´eccesso di amore di un padre incapace di gestirlo non si può svelare. Ma si può dire almeno dove porta questo film: all´esplorazione di ciò che costituisce la base dei rapporti familiari più intimi, che a loro volta si riversano nella formazione dei figli, come biblicamente sembra ricordarci Avati. Ma se siamo nella Bibbia, allora si deve trattare del Nuovo Testamento, con la sua apertura alla speranza, tipica del regista, e di più non si può dire.
Proprio questo spiraglio, però, può essere l´anello debole di un´opera altrimenti solidissima. Al singolo spettatore resta da valutare se lo svolgimento dei personaggi, per il resto caratterizzati molto bene, sia del tutto conseguente. E ancora di più, alla sensibilità di ognuno è lasciata l´interpretazione della morale del film, se la si vuole trovare. Personalmente, non sono convinta fino in fondo, ma la forza di una storia riposa anche nella sua capacità di insinuare dubbi e di farci pensare, e questo Il padre di Giovanna riesce a farlo fino in fondo.
L´ottima prova di Alba Rohrwacher, accanto a un Silvio Orlando a suo agio nel suo solito ruolo dello sfigato, fa da perno all´intero di film, che risulta così piacevole e credibile. Anche l´ambientazione nell´Italia fascista, non è affatto pretestuosa, ma al contrario aggiunge il contesto di giudizio sociale che avvolge il nucleo familiare, rete di attese e apparenze che ruota attorno ai tre protagonisti. Unica nota stonata è la fine macchiettistica del vicino di casa poliziotto, interpretato da Ezio Greggio.
Una donna coperta dal burqa abbandona sul taxi di Khaled un bambino. L´uomo, padre di quattro figlie femmine, comincia un kafkiano viaggio nella burocrazia afghana, che coinvolge anche le organizzazioni non governative presenti in città , per ritrovare la madre.
Tre righe di sinossi che potrebbero scoraggiare anche i più benintenzionati. E invece guardando Kabul Kid di Barmak Akram, presentato nell´ambito della Settimana della critica, si ride, a volte amaramente, ma comunque di gusto. E´ un film leggero che parla della difficoltà di andare avanti in una città in guerra, ma allo stesso tempo, della forza che viene dall´amore, e dall´unità . Tutto questo può sembrare ingenuo, ma un lieto fine, o almeno la sua speranza, a volte sono quello che fa andare avanti.
Il regista, poi, ha la capacità di ricomprendere in un´inquadratura l´intera situazione in cui versa Kabul. Non ci sono sconti. La miseria è tangibile, visibile: non viene occultata. Anzi, è proprio la leggerezza a metterla in risalto.
Abbiamo già parlato della qualità della sezione Orizzonti di quest´anno. Eppure qualche cantonata i selezionatori l´hanno presa anche in questa edizione. In Paraguay, film americano indipendente di Ross McElwee sulle sue peripezie in Paraguay per l´adozione della figlia Mariah, oltre a essere esteticamente, e tecnicamente brutto, non aggiunge nulla alle nostre conoscenze sul paese sudamericano. Anzi, l´occhio ingenuo e le riflessioni banali dell´uomo, voce narrante costantemente didascalica, disturbano e suscitano solo sguardi di compiacenza.
Anche il kashmiro Zero Bridge è brutto. Non avrei altri termini per descrivere un film che allo squallore di ciò che ritrae aggiunge lo squallore delle riprese stesse. Peccato, perché la storia del giovane Dilawar combattuto tra l´obbedienza allo zio, che significa duro lavoro e vita tranquilla, e la ribellione criminale, avrebbe offerto ottimi spunti.
Ludovica Gazzè
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