Venezia 65 – Occhi rivolti verso gli Orizzonti
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 30-08-2008
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Nel giorno del flop del cinema italiano, dopo la visione del fischiato Il giorno perfetto di Ozpetek, la Mostra continua comunque a regalare interessanti spunti. Peccato arrivino tutti dalla sezione Orizzonti, con il documentario israeliano Z32 e l´americano indipendente Goodbye Solo. Viene così da domandarsi perché ci si ostini a selezionare film italiani, fatti con lo stampino, che puntualmente deludono, basati su un´introspezione spiccia e su una ricerca estetica ostentata. Si sarebbe potuto lasciare il posto a film più innovativi, relegati nelle rassegne minori, o, semplicemente a film più belli, e ne abbiamo già visti. Bastava osare un po´ di più.
Proprio Goodbye Solo, di Ramin Bahrani, dimostra che semplicità e leggerezza sono sufficienti, e verrebbe davvero da aggiungere anche necessarie, per creare un buon film. Una sceneggiatura non pretenziosa, c´è chi potrebbe dire troppo da manuale, pochi personaggi e una storia immediata: durante una corsa William (Red West) chiede al tassista Solo di accompagnarlo due settimane dopo a Blowing Rocks, una montagna sperduta e inospitale, e di lasciarlo lì. Ma Solo sente puzza di bruciato, e decide di entrare di prepotenza nella vita del solitario cliente. Da questo innesco quasi rudimentale si ottiene un film sincero e commovente, che forse non aggiunge molto alla storia del cinema ma regala novanta minuti piacevoli e anche qualche riflessione sui rapporti umani che stringiamo in continuazione, dai più superficiali a quelli più intimi.
Entrambi i protagonisti sono ben modellati, e, soprattutto, il regista lascia loro una certa libertà di movimento, uno spazio che gratifica anche lo spettatore, chiamato a interpretare in prima persona ciò che viene soltanto accennato. Le relazioni che vengono intrecciate tra i personaggi sono complesse, multidimensionali, e coinvolgono diversi livelli di sentimenti. Per questo, e anche grazie alla bravura degli attori, le due settimane che trascorriamo con i personaggi ci lasciano un piccolo solco nel cuore, come se davvero li avessimo incrociati per strada. E magari imparassimo che non soltanto gli assistenti di volo devono essere un supporto per la vita.
Nota bene, Goodbye Solo è un film che lascia chi lo guarda con una disposizione positiva, ma non è un film buonista. Non c´è nessuna intenzione moralistica in Bahrani, e proprio per questo riesce a mandare comunque un messaggio, molto personale, a chi vuole coglierlo.
Completamente diverso, per forza di cose, è Z32. Il regista Avi Mograbi mette in scena un´intervista a un soldato di una forza speciale che anni prima ha ucciso, per rappresaglia dei poliziotti palestinesi a un posto di blocco. Notevole è la capacità del ragazzo di mettersi a nudo davanti alla telecamera, confrontandosi sia con il regista che con la propria fidanzata che non riesce a capire perché lui non si sia ribellato. Quello che emerge è la condanna di un esercito che addestra i propri uomini in modo tale che diventino macchine vogliose di passare all´azione e finalmente uccidere qualcuno, provando eccitazione. Ma allo stesso tempo questo non può essere un alibi, e con il tempo l´uomo l´ha capito.
La forza del documentario, però, non sta solo nell´importanza della storia narrata. Mograbi sfrutta la volontà di tenere celato il proprio volto da parte del protagonista, per sperimentare diverse modalità di quella che diventa una vera e propria rappresentazione. I volti della coppia vengono coperti da maschere, o sfuocati al computer, o ritoccati, ma sempre in modo da lasciar vedere le loro espressioni. E in questi mascheramenti viene a crearsi una sorta di straniamento che permette allo spettatore di mantenere la lucidità necessaria ad assimilare tutto quanto il film ha da trasmettere. Non a caso Mograbi cita anche l´opera da tre soldi, di quel Brecht che per primo ha teorizzato l´Entfremdung.
Sempre da collocarsi all´interno di questo concetto sono gli stacchi musicali, con il pianista e compositore che viene filmato mentre suona. E le canzoni, interpretate dallo stesso regista altro non sono che cori in cui si lascia spazio alla riflessione su quanto si è appena visto. Come quella in cui Mograbi si chiede se sia giusto filmare, e magari fare soldi, con una storia del genere, da bravo intellettuale impegnato.
La risposta sta nel film, negli applausi prolungati, e nel bisogno che si aveva di sentire, ancora una volta, quello che avviene nelle zone di guerra.
Una piccola parentesi divertente è stata la comparsa al Lido di Encarnacao do Demonio, e del suo regista e interprete Josè Mojica Marins. Vestito come il becchino Zè del suo film, con tanto di unghia del pollice infinita, Marins si è guadagnato un posto tra i registi cult con l´ultimo episodio di una trilogia che non sembrava dovesse mai finire.
Del film si potrebbe dire moltissimo. Le scene splatter portate all´estremo, l´atmosfera cupa creata con effetti speciali che potrebbero sembrare arcaici, e alcune trovate, come la scena del lunapark sono assolutamente geniali. Ma la recitazione sovraccarica e la verbosità della scrittura soffocano il genio, e a chi non ama l´esagerazione possono far risultare indigesto un film altrimenti all´apice del suo genere. Viva i film di mezzanotte, soprattutto se fanno paura.


