Venezia 65 – Di piatti freddi, mostri di gomma e bufale di plastica
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 30-08-2008
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In una cornice falsa come quella del Lido dove tutti sono belli, abbronzati e sorridenti, un po´ di cinismo come quello che apre Là¸nsi della norvegese Eva Sà¸rhaug (Settimana Internazionale della Critica) va preso come una bella boccata d´ossigeno: una coppia investe un passante e lo lascia a terra agonizzante. Invece di chiamare un´ambulanza come farebbero tutti, inizia un´estenuante conversazione tra i due in cui lui (che è il datore di lavoro ed è al volante) cerca di convincere lei (sua dipendente non più di primo pelo) ad addossarsi la responsabilità dell´incidente: non avendo bevuto, rischierebbe al massimo 21 giorni di prigione, non accettando – è la non tanto velata minaccia – potrebbe perdere il posto. Così, semplicemente. Ecco, è questa la cifra stilistica di Piatti freddi (traduzione del titolo ma anche nome di un locale che si vedrà nel corso del film) in cui si intrecciano le vite di Christer, uno spiantato studente che non riesce a combinare nulla, perde l´appartamento perché non ha i soldi per pagare l´affitto e, per procurarseli, i soldi, finisce a letto con l´impiegata dell´incidente; di Heidi, mamma da poco, casalinga imperfetta e insicura che vive con lo stressato marito agente immobiliare; e di Leni, autistica e recente orfana di padre che deve lasciare la casa e avventurarsi nel mondo. Il tutto in una curiosamente calda e solare Oslo su cui incombono strani fenomeni che non hanno spiegazione e hitchcockianamente assediata da uccelli che aprono la vicenda, prima di chiuderla punteggiandola con una triste annotazione.
Là¸nsi è una di quelle strane opere che è capace di ritrarre con un´insostenibile leggerezza la profonda tristezza che attanaglia ognuno di noi e a cui, regolarmente, cerchiamo di non pensare. Vedendolo si ha come l´impressione che dietro alla macchina da presa sieda un Forrest Gump che ha l´ingenua capacità , semplicemente sfiorando il quotidiano, di far affiorare il fallimento delle scelte non fatte, il rimorso di quello che avremmo voluto fare e non abbiamo mai osato intraprendere. Il padre di Leni è convinto che andando regolarmente di corpo si sta nelle migliori condizioni possibili, e subito dopo schiatta stupidamente fulminato. Intanto un amico di Christer riassume bene il tema del film: tutti desideriamo prendere una barca e visitare i caldi mari del Sud, poi però rimandiamo con ogni scusa possibile finché è troppo tardi e si muore. Ed è Leni, infatti, la più forrestgumpiana del gruppo, a chiudere il film immergendosi in acqua e rompendo la gabbia.
Se Là¸nsi ci ha lasciato una piacevole impressione, in una Mostra che regala orribili visioni laddove ci si aspetta lo stato dell´arte (leggi concorso ufficiale), abbiamo voluto consapevolmente farci del male e siamo andati a vedere la proiezione di mezzanotte di Girara no Gyakushu (Monster X Strikes Back – Attack the G8 Summit), il fuori concorso in collaborazione con il Far East Film Festival di Udine diretto da Minoru Kawasaki, noto – ed è tutto un programma – come l´Ed Wood giapponese. Girara è un omaggio ai kaiju eiga (i film giapponesi con mostri giganteschi impersonati da attori con il costume di gomma) e riporta in auge un mostro inventato a suo tempo per essere una risposta al successo stratosferico del buon vecchio Godzilla. Visto il film dobbiamo riconoscere che la definizione del regista nipponico calza a pennello. Si assiste allo scontro dei “mostroni” e si fa il tifo da stadio perché fa parte del gioco, e se non si discute la scelta di rinunciare alla computer graphic per mettere in scena i mostriciattoli in gommapiuma, il becero umorismo che sottende l´operazione ha il fiato corto e dopo venti minuti già stanca. Aggiungete una recitazione che da noi si ritrova solo nei cinepanettoni di Boldi e De Sica, una rappresentazione macchiettistica dei vertici del G8 (presente quelle barzellette che iniziano con: c´è un inglese, un francese e un italiano…?) e si avrà un quadro generale della situazione. Non aiuta nemmeno la presenza di “Beat” Takeshi che impersona l´antagonista buono di Girara, anche se bisogna riconoscere che il film non dà né più né meno di quello che promette e, in una mostra così, anche questo potrebbe essere un merito.
Di vera e propria bufala (di plastica) si può parlare per il pestifero Dangkou (Plastic City) in concorso. Il film diretto dal cinese Yu Lik-wai è una produzione nippo-cino-brasiliana e racconta dell´ascesa e caduta del boss della malavita Yuda, cinese, e del figlio adottivo Kirin, giapponese, nell´antifrastico quartiere Libertade a Sao Paolo do Brasil. Se l´idea di contaminare lo yakuza movie con le atmosfere ibride delle giungle e delle metropoli brasiliane poteva rivelarsi interessante, il regista affossa un´operazione taroccata quanto la merce dei due malavitosi in un guazzabuglio di immagini e stili montati con molta velleità e idee troppo poco chiare. Il Brasile si è, a torto o a ragione, messo in luce con opere come Tropa de elite e La zona. Questo Dangkou è una picconata che rischia di far affondare lo sforzo già fatto, mentre il regista è capace di affossare anche un attore come Anthony Wong Chau Sang, volto noto che eravamo abituati ad apprezzare, ahinoi, nei film di Johnnie To. Inutile dire che la proiezione è stata fischiata. Resta da chiedersi: ma i selezionatori del concorso non avranno forse bisogno di un paio di occhiali?
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ma non commenta mai nessuno qui?
Eh, avresti pure ragione! Chissà , forse è colpa dell’estate.