Venezia 65 – Non per soldi… ma per arte
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema, Venezia 2008 | Posted on 29-08-2008
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Si diceva che spesso le sezioni che presentano i film più interessanti sono proprio le collaterali. Evidentemente non ci sbagliavamo poiché le “Giornate degli autori” ci hanno riservato il piacere di una delle migliori proiezioni viste a Venezia, almeno per il momento. Stiamo parlando di Pokrajina St. 2 (Paesaggio n° 2) del serbo Vinko Mà¶derndorfer, in cui l´anziano Polde e il giovane Sergej (l´uno è il mentore dell´altro) gestiscono un´officina di riparazioni elettriche, ma è solo una facciata perché i due campano con il furto di opere d´arte dalle case di facoltosi cittadini privati, che a loro volta le hanno rubate ai musei durante la guerra che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia. È un lavoro sicuro: chi vuoi che denunci il furto di opere d´arte rubate? Ma una notte Sergej esagera e credendo di rubare dalla cassaforte di un generale solo una manciata di euro intasca anche un documento segreto che, divulgato, dimostrerebbe la responsabilità delle stragi di civili inermi seguite alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Il generale non è persona da lasciar correre e richiama un ex commilitone perché recuperi con ogni mezzo il documento. Intanto in tivù continuano a passare documentari sui rinvenimenti di fosse comuni dell´ultimo conflitto civile, ma a Sergej non interessa, troppo occupato com´è a destreggiarsi tra Magda e Jasna, alle quali ha giurato eterno amore e che ha entrambe messo incinta. La Storia, però, si sta avvicinando sempre più all´inconsapevole Sergej, lasciandosi dietro una rossa scia di sangue, con un vertiginoso effetto di simmetria tra conflitti del passato e quelli del presente.
La sceneggiatura a orologeria (addirittura con salti temporali quasi tarantiniani), che ha il potere di tenere lo spettatore inchiodato fino all´ultimo minuto, non impedisce al film di Mà¶dendorfer di essere anche una triste riflessione sullo sbandamento economico, politico e idealistico di un paese che si deve ricostruire all´indomani di un grave conflitto intestino come quello che ha infiammato i Balcani più di decennio fa. Il regista sa muoversi tra momenti di riflessione sui crimini del passato e loro conseguenze sul presente, mettendo in scena una generazione giovane che vorrebbe disperatamente ancorarsi alla vita (gli amplessi di Sergej e Jasna fanno salire il termometro erotico del Lido), ma che proprio per la sua inconsapevolezza sociale rimane vittima della vecchia generazione – anzi, è proprio da questa che arriva un tardivo e tutto sommato inutile pentimento.
Come se non bastasse, puntuale, la delusione arriva dal primo film presentato nel concorso ufficiale, che è un altro titolo che fa del denaro il suo motore e la sua ragione d´essere: il tedesco Jerichow di Christian Petzold. L´impossibilità di amare (e vivere) senza i soldi è l´ossessione dei protagonisti, il giovane Thomas congedato dall´esercito con disonore, il piccolo imprenditore turco Ali e la bella moglie tedesca Laura. Ali è riuscito a inventarsi il modo di trarre soldi da una terra come quella di Jerichow sempre più destinata a diventare deserta e priva di vita, cosa che porta all´instaurarsi di un triangolo basato sul vuoto esistenziale e il male di vivere. Purtroppo, come si sarà potuto intuire da queste premesse, il film di Petzold è talmente programmatico che diventa perfino fastidioso: in primo luogo per la sua ostinazione nel portare a termine la sua tesi, e poi più per quello che è piuttosto che per quello che vorrebbe essere. Vorrebbe essere una rilettura del cainiano Postino suona sempre due volte, ma cerca in tutti i modi di non farlo vedere concentrando l´attenzione sulla figura del marito. Vorrebbe parlare di conflitto tra mondo ricco e immigrati, ma sempre lasciando sullo sfondo l´uno e gli altri, e concentrandosi sui tre pur bravi interpreti che però non hanno l´estro di reggere la vicenda per un´ora e mezza, fino a una conclusione talmente attesa da irritare.
Meglio va con il film di Takeshi Kitano presentato sempre in concorso: Akires to kame (Achille e la tartaruga). La nuova opera di Kitano chiude la trilogia sull´arte e lo spettacolo aperta con Takeshi´s e proseguita con Kantoku Banzai (Glory to the Filmaker). Il primo è uscito da noi direttamente in dvd, il secondo non è stato nemmeno distribuito: possiamo per cui dire che questo nuovo corso del cinema di Kitano ha fatto disaffezionare i fan al lavoro del loro beniamino. Con Akires to kame le sorti del nostro si risollevano. Il film è nettamente superiore ai primi due titoli e, pur rimanendo prettamente opera kitaniana, riesce a spiazzare lo spettatore presentandoci quasi una nuova evoluzione del regista. Partendo dal paradosso di Zenone secondo cui se Achille desse un vantaggio alla tartaruga il piè veloce non riuscirebbe più a raggiungerla, il film segue la vita di Machisu, un bambino dotato per il disegno che, dato l´ambiente in cui vive (il padre è un collezionista d´arte e uno dei suoi migliori amici un pittore molto famoso), decide di dedicare la sua vita all´arte della pittura. Seguiamo Machisu nel corso della sua travagliatissima vita, ma soprattutto assistiamo alle difficoltà che, sebbene dotato, incontra per sfondare come grande artista: in età ormai avanzata (e qui assume le sembianze di “Beat” Takeshi) l´ossessione per l´arte lo ha trasformato in un loser incompreso. Soltanto quando è ormai allo sbando (nemmeno il corpo della figlia morta riesce a distoglierlo dalla sua fissazione) Machisu comprende che unicamente un´attitudine zen può far raggiungere ad Achille la tartaruga.
Stupisce la prima ora del film, ambientata in un Giappone precedente alla seconda guerra mondiale, in cui la regia è di un classicismo inusuale per un outsider come Kitano (sembra quasi di stare dalle parti dell´eastwoodiano Lettere da Iwo Jima). La seconda parte, quando entra in campo il regista, il suo stile si fa subito riconoscibile e diventa irresistibilmente divertente, con punte di sadismo comico che non sfigurerebbero in una puntata di Takeshi´s Castle. Siamo di fronte ad un ibrido che però non disturba. Con questo Akires to kame Kitano torna alle atmosfere e ai toni di Dolls, però con un umorismo che in quello mancava e che rendono questo un dramma molto cupo ma che lascia una porta aperta alla speranza e al sorriso. Il regista trova finalmente una risposta agli interrogativi sparsi nei due capitoli precedenti della trilogia, e con questo film riflette sul processo artistico pittorico che è tema fondamentale dell´eclettico Kitano (tutti i dipinti del film sono opera sua), il quale, oltre ad essere attore, regista, anchor man e scrittore, è pure un apprezzato pittore (ci sono tante di quelle invenzioni pittoriche in questo film che da sole potrebbero riempire una manifestazione come la Biennale di pittura).
Non è un film che farà strappare i capelli ai suoi fan, ma è un film che ci permette di capire la maturità e la complessità registica raggiunte dal regista giapponese. Ora che si è chiuso un ciclo, aspettiamo con curiosità la prossima svolta di Kitano.


