Venezia 65 – La tristezza e la bellezza?
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2008 | Posted on 29-08-2008
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Dopo l´orribile, a mio avviso, Jerichow e lo sfolgorante ma in un certo senso prevedibile film di Kitano, finalmente il concorso fa vedere un film degno di esserci, se non, ma forse è azzardato visto che siamo solo agli inizi, di essere premiato (ma non vi preoccupate, è un film troppo di genere per arrivare lontano). Si tratta di Inju, la bete dans l´ombre, di Barbet Schroeder, pluripremiato regista francese, seppur non troppo noto ai più.
Tratto da un romanzo di Rampo Edogawa, il film narra la discesa verso l´abisso dello scrittore di gialli francese Alex Fayard, esperto di cultura giapponese e appassionato, in particolare, dei libri di Shundei Oe, misterioso scrittore, nei cui romanzi, come La Bestia Immonda, si assiste a un´assoluta glorificazione del male. Per la promozione della sua ultima opera, Fayard viene invitato in Giappone, e quale occasione migliore di questa per provare a incontrare l´inavvicinabile Oe? Comincia così una logorante sfida a distanza, in cui lo scrittore si ritrova protagonista di quella che pare proprio la trama di un possibile libro di Oe, con tanto di geisha innamorata, maschere antiche e spade da samurai.
Il regista è bravissimo a gestire i tempi della vicenda, sempre sul filo della suspence, ed è pronto a sdrammatizzare con autentici colpi da maestro capaci di esaltare il lato comico-assurdo delle situazioni. Il gioco è retto da personaggi caratterizzati alla perfezione, in un intreccio assolutamente perfetto in cui alla fine, ma solo allora, tutto torna.
Anche lo spettatore prova così a sperimentare la relazione tra piacere e dolore, in cui a detta della geisha Tamao, Oe è maestro. Forse c´è un po´ di autocompiacimento in Schroeder, ma è assolutamente meritato. Per centocinque minuti si rimane avvinti dal potere della suggestione, raggirati da quelli che sappiamo essere trucchi del mestiere, ma a cui ci piace credere.
Il film ci permette, allo stesso tempo, di viaggiare in un paese la cui cultura, così lontana dalla nostra risulta quasi troppo evidente e consequenziale per sembrare vera. Schroeder sfrutta gli ambienti per dare al film una sfumatura ancora più raffinata e pittoresca, vien da dire, come a sottolineare, per modestia, che questo è solo un film di genere. Le riprese degli interni sono ordinate e pulite quanto le stanze arredate con una raffinatezza minimalista delle case nipponiche. Gli esterni, invece, sanno mostrare al meglio la superficie, l´aria di perfetta immobilità , di parchi e costruzioni. Persino la luce, bianca e lievemente lattiginosa, è quella ideale per avvolgere la secolare presenza di Kyoto.
Ci viene così restituito un Giappone affascinante perché contraddittorio. Divertendosi coi luoghi comuni sulla cortesia nipponica, come i continui inchini, il regista mette in mostra una società profondamente divisa tra tradizione e modernità , in cerca di un equilibrio. E´ tutta finzione, ma una finzione possibile solo in un paese così arcaicamente superstizioso da risultare folkloristico agli occhi di chi arriva come semplice turista. Ma è solo un abbaglio, ben architettato da un regista che cura i dettagli alla perfezione, come se fosse un giapponese egli stesso.
Altrettanto riuscito, e cupo anche se in maniera diversa, è il finlandese Muukalainen (The Visitor) di Jukka-Pekka Valkepaa, presentato nell´ambito delle Giornate degli Autori. Ambientato in un tempo indefinibile, il film porta sullo schermo la storia di un ragazzo muto che divide il suo tempo tra le faccende di casa, in cui aiuta la mamma zoppa, le visite al padre carcerato cui porta tabacco e qualcosa di segreto, e i vagabondaggi nell´immenso bosco che circonda l´abitazione, un bosco che pare impaurire soltanto noi, coi suoi rumori di sottofondo (e l´inquietante colonna sonora). Ovviamente sarà il visitatore del titolo a cambiare tutto, portando musica e giochi e corse sul cavallo di famiglia che sembrava indomabile. L´equilibrio è, prevedibilmente, spezzato. Ma lo svolgimento è assolutamente originale e profondo.
Nonostante la telecamera segua pressoché costantemente il ragazzo, nulla è spiegato. Non si tratta mai di soggettive che mettano a nudo il punto di vista del protagonista. Anche i continui traguardi, attraverso buchi sempre circolari, o reti, non riescono a farci inquadrare ciò che sta dietro alle cose mostrate. Le immagini presentano spesso più soggetti, di cui soltanto uno può essere messo a fuoco. L´intero film è una storia di relazioni inespresse (pochissimi sono i dialoghi, ma anche i contatti, fisici o visivi) tra i pochi personaggi. Ognuno sembra fare un percorso a sé, percorso attraverso la nebbia che, ciclicamente, avvolge la casa e il bosco.
La bellissima fotografia aiuta lo scorrere di questo film molto lento. Un continuo flusso di sensazioni ed emozioni raggiunge lo spettatore per i centoquattro minuti del film, che passano in silenzio, quasi si cercasse di provare quello che prova il ragazzo muto. Inutilmente. Molti elementi, compreso il finale, sono lasciati all´immaginazione dell´autore. Non per questo il film risulta incompleto o mal orchestrato. Anzi. E´ solamente stimolante uscire dalla sala con in testa mille domande.


