Venezia 65 - Fantasmi pasoliniani
Con la Mostra prosegue anche la rassegna Questi Fantasmi, arrivando all’attesissima proiezione de La Rabbia di Pasolini. Inutile soffermarsi sull’attualità, da alcuni definita profetica, dell’analisi dell’intellettuale su ciò che costituiva il presente nel suo 1963.
Una grande lungimiranza gli ha fatto dedicare la sua parte di film, dopo i tagli non voluti, principalmente alle vicende estere. Alla progressiva acquisizione dell’indipendenza nei paesi Africani, in particolare, o alla guerra di Corea, grazie alla quale, e soltanto grazie a essa, si è venuto a conoscenza, in Occidente, delle miserie del popolo asiatico (non sembra sia cambiato molto, se si pensa alle emergenze umanitarie che si sbandierano solo quando scoppia qualche guerra civile nell’Africa nera). E c’è una profonda umanità nella sequenza dedicata a Marilyn Monroe, che secondo Pasolini, scoprì la morte quando scoprì la propria bellezza.
Le ultime parti del montaggio presentato qui, sono composte da scene di vecchi film interviste ed estratti di cinegiornali che riguardano lo scrittore e regista. Colpisce ancora lo scherno di cui era fatto bersaglio, ma più ancora colpisce la lucidità delle sue opinioni, così nette e precise, sulla piccola borghesia in Italia, incapace di attirare su di sé una grande rabbia. E sui presunti arrabbiati italiani, colpevoli di percorrere ancora il vecchio sentiero della resistenza invece di reinventare la rabbia (e che dire ora che a distanza di quarant’anni ci si offende ancora chiamandosi a vicenda Fascisti e Comunisti?)
Proprio per questo stride un po’ l’aggiunta montata da Bertolucci come interpretazione per una ricostruzione della parte inedita del film, quella che Pasolini dovette tagliare per fare posto a Guareschi. Certi commenti risultano troppo ideologici, troppo incattiviti invece che semplicemente ironici e arrabbiati. Insomma, ringraziamo per averci mostrato di nuovo il lavoro di un grande pensatore, ma avremmo preferito ascoltare, e guardare, soltanto lui.
Novità di quest’anno della Mostra è stata il voler far precedere dei cortometraggi ad alcune proiezioni. Così è successo per il film di apertura, accompagnato da un corto di De Oliveira, Do visìvel ao invisìvel, tratto da un work in progress, e per il film a sorpresa, Tedium, preceduto dal Leone d’Oro Jia Zhang Ke.
Se si tratta di un’idea interessante, sfugge però il nesso tra i lungometraggi e i corti a essi associati. C’è un po’ di ironia nella critica di De Oliveira alla nostra società incapace di comunicare, ma le sue riprese fisse e i suoi dialoghi eccessivamente barocchi nulla hanno a che vedere con la leggerezza dei fratelli Coen.
Allo stesso modo, Cry me a river, storia di un incontro tra ex compagni di studi, con i relativi rimpianti, (corto assolutamente non necessario), sfigura davvero di fronte al realismo della denuncia della condizione dei transessuali contenuta nel documentario iraniano.
Peccato.
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