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Venezia 65 – Il giorno dell’Iran

Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2008 | Posted on 28-08-2008

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kiarostami Venezia 65   Il giorno dellIranDa apprezzare in queste prime giornate di Mostra c´è sicuramente la scelta di comporre il calendario con enorme varietà . Ce n´è per tutti i gusti, in questa seconda giornata: dall´eclettismo umoristico di Kitano, ancora una volta alle prese con il suo tema preferito, l´arte, al cinema di Kiarostami, che si fa mera riflessione. Il tutto passando per sperimentazioni che si interrogano sulla cultura televisiva, come Jay del filippino Francis Xavier Pasion.

Di Shirin, opera Fuori Concorso di Abbas Kiarostami, probabilmente non si sentirà  più parlare. Esclusa qualsiasi forma di distribuzione, al massimo potrà  venire citato in qualche manuale di cinema come il film in cui per 92 minuti si guardano gli spettatori di un film epico iraniano in un cinema. Eppure è per vedere film così che vale la pena venire a Venezia.
Siamo oltre il metacinema. Ciò che rimane del film, la trama, viene affidata al semplice sonoro: dialoghi, rumori di sottofondo e intermezzi musicali che suggeriscono il tono delle sequenze, preannunciano pericoli o felicità . Il regista è voluto tornare alla purezza del semplice copione, lasciando a noi, l´immaginazione, con l´ausilio delle emozioni mediate degli spettatori-personaggi. A spiegarlo sembra più complicato di quanto non lo sia in realtà . Il cinema è finzione, gioco, e ci siamo stancati di ripeterlo. Ma venir messi a nudo, così, vedersi sullo schermo mentre ci grattiamo una guancia, o ci rosicchiamo le unghie per una scena di tensione può farci bene, anche se magari non siamo Juliette Binoche, che compare con un cameo. Ci ricordiamo, tutto a un tratto, che quello che conta è la comunicazione, il canale che si apre tra opera e spettatore, con l´opera che va a sovrapporsi al nostro vissuto. Così ha senso per quella donna piangere in un determinato punto del film, e noi ci chiederemo a vuoto perché, se ha avuto anche lei una delusione amorosa, se si sente sola. O se è felice perché lei un uomo accanto ce l´ha. Ci si ritrova a fantasticare sulle storie di chi osserva, con occhi luccicanti comprensione. Così, un film che non potrebbe essere altro che noioso diventa una finestra della mente su altri mondi possibili.
Quello che colpisce e riesce a tenere incollati alle poltrone, in questo film, è proprio la perfetta simbiosi tra la protagonista, Shirin, e le donne che in maggioranza compongono il pubblico. Quando la giovane innamorata si rivolge alle sue ancelle, chiamandole sorelle, le donne, come in un coro tragico si sentono chiamate in causa, e quest´empatia si trasferisce in tutta la sala.

Ben diverso, anche se altrettanto attento a indagare nella psicologia di donne e uomini, è il secondo film iraniano della giornata, presentato a sorpresa nella sezione Orizzonti, Kasthegi (Tedium) di Bahman Motamedian. Il film-documentario segue le vicende di un gruppo di transessuali iraniani, alle prese con le difficoltà  di accettazione in famiglia e nella società . Ugualmente complicati sono i rapporti per coloro che da uomini, magari sposati, si sentono donne, e per chi, come Shiva, invece, ripudia il corpo femminile. Gli spezzoni in cui i protagonisti si raccontano guardando in camera scavano a fondo in quelle che sono le ragioni e le paure profonde che sottostanno alla scelta di cambiare o meno sesso (non tutti decidono di farlo). E la difficoltà  che incontrano, in ogni caso, nel trovare “l´amore assoluto” (parole di Shiva).
Se già  da noi i transessuali subiscono violenze, ancora più forti sono i problemi in Iran, dove non è reato cambiare sesso, ma alle donne non è concesso girare senza velo o prendere la patente per la moto. E se i problemi con la religione si affrontano a livello personale (molti sono coloro che interrogano il Corano per capire se sia consentito o meno cambiare sesso), a livello pubblico c´è chi, come Salma deve fare i conti con poliziotti che si fanno fotografare accanto al primo bisessuale con documenti che incontrano.
Dal punto di vista tecnico Kasthegi non è certo nulla di che, ma vale la pena vederlo, e sarebbe bene che fosse distribuito, per la sua attualità , anche in un paese come l´Italia.

Ben più leggero, è il filippino Jay, a cui dà  il titolo il nome condiviso da un insegnante gay trovato morto a Manila e dal presentatore televisivo, anche lui omosessuale, che con il cameraman Carlo irrompe nella casa della famiglia del morto. Qui rimarrà  per tutta la durata delle indagini, un´intera quaresima, filmando i pianti e le condoglianze del funerale, la ricomposizione di antichi rancori con l´ex fidanzato del povero Jay, e il lento ritorno alla normalità .
Con un ottimo senso dell´umorismo, il regista mette a nudo la crudezza dell´informazione televisiva, che non rispetta il lutto altrui, fino ad arrivare a far recitare per una seconda volta scene inizialmente spontanee, per poterle filmare. Così si insinua negli spettatori il dubbio, legittimo, che sia tutto finzione.
Sempre nella sezione Orizzonti, Jay ha dunque la pretesa, non infondata di stimolare una riflessione. E se può sembrare esagerato si pensi alle invadenti domande dei cronisti ai vicini di casa di omicidi e vittime, con l´immancabile “era un bravo ragazzo”. La realizzazione, però, purtroppo non è sempre all´altezza delle ottime idee.

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