LOCARNO 2008 – 12 AGOSTO – INNOCENTI EVASIONI
Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2008 | Posted on 12-08-2008
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Locarno potrebbe perfino essere un bel luogo per cambiare vita. Ma si´, partire e decidere di non tornare piu´, ma a pochi chilometri dal confine cosi´ si puo´ sempre cambiare idea. Ci sono luoghi nuovi da conoscere, persone da frequentare e forse anche da amare, locali in cui entrare. E mal che vada, in una sera d’estate ci si puo’ sedere su una panchina fronte lago a osservare l’acqua morta. Con la placida tranquillita´ del lago e l´ebbrezza della novita´, una piccola trasgressione da poco che fa mutare le circostanze e cambia la geometria del proprio mondo.
Quasi come quello che cercano, in Kisses dell´irlandese Lance Daly, i piccoli Dylan e Kylie, adolescenti di un sobborgo di Dublino che fuggono da una vita segnata dalle botte e dall´alcool del padre (per lui) e dalla solitudine e dalla violenza sessuale di uno zio (per lei). In una lampo, decidono di raggiungere la pcaitlae per cercare Barry, il fratello maggiore di Dylan, scappato anch´egli due anni prima e di cui si sono perse le tracce. Ma la notte di Dublino non e´ meno sordida di quelle di altre capitali meno pittoresche, e al mattino i timori dell´adolescenza sono troppo forti per non decidere di ritornare alla vita di sempre. Con la consapevolezza che tutto e´ ormai cambiato per sempre, e suggelando questa scelta con un bacio che li unira´ per la vita e che, al momento, e´ tutto quello che hanno da offrirsi. Pur nella sostanziale mancanza di originalita´ della storia (vicende emblematiche di ragazzini alle prese con il passaggio all´eta´ adulta riempiono le cineteche di tutto il mondo), Daly accompagna i duei ragazzini nel viaggio alla scoperta del mondo con partecipe affetto e delicata armonia, non disdegnando incursioni nella lascivita´ e nella delinquenza. L´approccio realista (sottolineato anche dal cambiamento della pellicola dal bianco e nero iniziale, cupo e sgranato simbolo del degrado, al colore delle ore trascorse a Dublino, simbolo della liberta´ scelta) mantiene il racconto vivo e ritmicamente adeguato, anche se non fa decollare mai il film che rimane quindi un discreto esercizio di scrittura e poco piu´. Da sottolineare l´ottima prova dei due interpreti principali, soprattutto della giovanissima Kelly O´Neill, che dona alla sua Kylie un che di maliziosamente provocatorio senza scadere nel volgare o nel banale.
La vita vorrebbe essere cambiata anche dal giovane protagonista dello svizzero Marcello Marcello, che questa sera riempira´ Piazza Grande (pioggia permettendo). In un´isola del Sud Italia, nei tardi anni ´50, tradizione vuole che al diciottesimo compleanno di ogni ragazza i coetanei sfilino davanti al padre di lei con un regalo, per aggiudicarsi la possibilita´ di un primo appuntamento. A questa sorta di lotteria si sottomette anche Elena, la figlia del sindaco, tornata a casa dopo anni di studio all´estero. Marcello, figlio di un pescatore, innamoratosi della ragazza, si sottopone a una serie di incredibili prove per riuscire a portare al padre di Elena il regalo giusto che lo faccia diventare il prescelto. Tratto da un romanzo dell´inglese Mark David Hatwood (originariamente ambientato in Liguria, luogo d´elezione dello scrittore), il film rimanda sia come ambientazione che come tipologia di personaggi alla piu´ “sana” commedia all´italiana, e avrebbe l´ambizione di unire un racconto favolistico e romantico con un sottotesto piu´ esplicitamente politico, di denuncia dell´impossibilita´ di cambiare uno status quo se non attraverso l´incoscienza di un ragazzo. Tentativi, ahinoi, miseramente falliti per vari motivi. I colori sgargianti che illuminano ogni scena richiamano quasi un cartone animato e distolgono l´attenzione dall´azione sottostante. A parte un robusto coacervo di caratteristi di solida estrazione teatrale (tra cui emergono Renato Scarpa e Mariano Rigillo), gli interpreti si dimostrano largamente inadeguati alla bisogna, legnosi e impacciati nei movimenti e virtualmente non diretti da un regista che sembra pomposamente troppo fiero delle proprie capacita´ narrative. La sceneggiatura e´ un delirio di imbarazzanti banalita´ e non funziona nemmeno come fiaba, se non come impianto narrativo di base. Si giunge allo scontatissimo finale sconsolatamente certi di avere assistito a un film televisivo, piatto come lo schermo di casa propria e non necessariamente fra i migliori, per giunta. Denis Rabaglia, regista di questo squinternato pasticcio, avrebbe forse dovuto abbeverarsi con meno presunzione alle pellicole italiane del dopoguerra che fungono da ideale sfondo alla sua vicenda, e avrebbe cosi´ potuto sfruttare molto meglio un´idea (non sua) niente affatto stupida e ben piu´ avvincente del piccolo sfacelo che ne e´ invece risultato.


