Il mio sogno più grande
Posted by Chiara Bruno | Posted in Cinema | Posted on 04-07-2008
Tag:Calcio, Elizabeth-Shue, Il-mio-sogno-più-grande
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Gracie Bowen è l´unica figlia femmina della sua famiglia. I Bowen amano il calcio, giocano a calcio e amano parlare di calcio. Il centro gravitazionale degli sforzi e delle aspettative paterne sono i tre figli maschi, mentre Gracie occupa il suo posto. Il posto di una donna è fuori dal campo, almeno finchè la morte di Johnny, fratello di Gracie nonché suo unico alleato all´interno della famiglia, sconvolge l´equilibrio di facciata che col tempo sembrava aver trovato giustificazione nella consuetudine. Gracie decide di affogare il dolore nel sogno più grande di Johnny: segnare il goal della vittoria nella sua squadra di calcio.
Il calcio non è uno sport da femmine. Ed effettivamente Gracie cade rovinosamente a terra più di una volta, si spacca il volto a sangue, piange persino. Un po´ come questo film, che fin dal titolo italiano – in originale si chiamava più discretamente (e, forse, più efficacemente?) Gracie – tenta il volo più di una volta, ricadendo (con leggerezza, ciò gli si deve) puntualmente al suolo. La storia della ragazzina grintosa e determinata ha visto innumerevoli declinazioni, e di sogni più grandi potremmo parlare per una vita senza sciogliere la matassa di quello che è un luogo cinematografico per eccellenza.
Ma c´è, in tutto questo adolescenziale affanno, qualcosa di interessante. Se la storia della bionda quindicenne di South Orange, New Jersey, ci sembra già vista, abbiamo qui doppiamente ragione: Il mio sogno più grande è un´autobiografia più che fedele di nientepocodimenoche Elizabeth Shue. La bella attrice (qui anche produttrice, mente e cuore del film) da grande voleva giocare a calcio. Poi è finita candidata all´Oscar – che meritava – insieme a Nicolas Cage, ma ciò non toglie che a 13 anni indossasse il numero 7, lo stesso indossato dal padre quando era capitano della squadra del College di Harvard.
Questo film è un progetto e un ritratto di famiglia. Ce lo dicono i titoli di testa e lo sguardo ce lo conferma, innamorato della storia come solo chi l´ha vissuta. Carly Schroeder, dal canto suo, è una liceale con i capelli arruffati e gli occhi densi. Probabilmente l´abbiamo vista in Lizzie McGuire. Probabilmente la rivedremo. Guggenheim firma un film di ragazzi per ragazzi, e per chi è ancora disposto a credere che “se lo vuoi davvero puoi farcela”. Intenerisce, ma scorre a un ritmo troppo rapido perché la tenerezza volga in affetto, e l´affetto in reale interesse. Dopo 93 minuti usciamo dalla sala pensando “ah però, chi l´avrebbe mai detto che Elisabeth Shue…”


