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Venezia 65 – Forse ci siamo

E´ abbastanza pacifico il giudizio che negli ultimi due giorni si sia visto il primo vero titolo papabile di quest´edizione. Se poi sia solo un nome da bruciare non è dato saperlo. Resta il quasi unanime parere sulla bellezza di un film che sa narrare la storia di un uomo che lotta per i propri ideali...

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Go-go Tales

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 18-06-2008

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go go tales Go go TalesNew York, oggi, dalle parti di Downtown. Ray Ruby è il carismatico proprietario del Paradise, locale per lap- dancers in cerca di fortuna. Peccato che, a parte il carisma, Ray non possieda praticamente nient’altro: non paga l’affitto da mesi, è in difficoltà  col salario delle ragazze, e soprattutto sta per perdere il determinante appoggio finanziario del fratello Johnny, parrucchiere di successo stanco di metter soldi in un’impresa che non sembra valere la spesa. Unica speranza la vincita alla lotteria, condivisa con l’amministratore del locale Jay. Vincita che, incredibilmente, si verifica e potrebbe riguardare l’astronomico importo di 18 milioni di dollari. Ma bisognerebbe ritrovare il biglietto, e il tempo – tra proprietarie del locale inferocite, mariti a dir poco sorpresi di ritrovare la propria moglie a esibirsi sul palco e danzatrici pronte a scendere in sciopero – stringe…

Domanda: che ci azzecca Abel Ferrara, regista maledetto per definizione, sempre diviso tra cupio dissolvi e cattolicesimo, con la commedia slapstick? Probabilmente nulla, ma l’esperimento è di quelli talmente rischiosi da suscitare l’interesse del critico, spesso suo fan anche di fronte a opere a dir poco non riuscitissime. Ed eccoci allora a correre alla sua ultima fatica, quel Go-go Tales passato – a dir la verità  senza troppo successo – per il concorso di Cannes dell’anno scorso. Purtroppo l’esperimento fallisce, e il film è di quelli che si può perdere senza troppi rimpianti. Peccato: il cast c’era – il parterre è di quelli reali, tra Dafoe Hoskins e Modine, oltre a tutta una serie di belle donne più o meno note – e la regia qua e là  si dimostra ancora all’altezza del miglior Ferrara, quello che senza andare troppo lontani nel tempo ci regalò tre anni fa un gioiello affascinante come Mary. A mancare, o paradossalmente a sovrabbondare, è la sceneggiatura. Che, deficitaria nel plot e nei possibili sviluppi narrativi, si concentra ossessivamente sul Ferrara- pensiero riguardo alla figura del regista: un po’ demiurgo, molto mascalzone, destinato alla sfortuna e al combattimento come Ray, quasi sempre bastonato ma mai domo. Teoria del ruolo che sembra fare da contraltare alla teoria della visione espressa in New Rose Hotel, di cui purtroppo condivide i difetti. Riassumibili nella scarsa attenzione per l’aspetto narrativo controbilanciati – male – dall’esagerata compiacenza nei confronti dello spettatore, chiamato senza troppi distinguo a farsi complice del family joke. Che però sarà  familiare ai coinvolti, ma non necessariamente – o niente affatto – a chi si siede ad assistere. Ne risulta qualche bella sequenza – quella in sottofinale in cui il protagonista spiega e si spiega di fronte al pubblico, autentico pezzo di bravura di Dafoe – qualche momento di lieve divertimento, purtroppo anche qualche sequenza scult (L’Argento lingua contro lingua con un rottweiler) e soprattutto l’impressione di una pellicola buttata lì senza troppo crederci o pensarci. Che per un film che si vorrebbe a priori teoretico non è il miglior biglietto di presentazione. Evitabile.

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