Noi due sconosciuti
Audrey è rimasta vedova con i figli Harper e Dory. Suo marito è morto cercando di aiutare una donna incontrata per strada. E ora che Brian è scomparso il suo mondo sembra non esistere più. Forse per cercare un appiglio ala sua sofferenza, permette a Jerry di entrare nella sua vita. Jerry, è un tossicodipendente, e Audrey non si è mai voluta fidare di lui. Ma era il migliore amico di suo marito. E come scoprirà presto, il suo più grande confidente…
Il titolo scelto dai sempre geniali traduttori italiani non rende giustizia al bel film realizzato da Susanne Bier: Things we lost in the fire è la perfetta sintesi di una storia che sembra ripetere di continuo, ad ogni personaggio in scena, che l’importante non è quello che si perde ma quello che rimane.
La storia è dolorosa: siamo davanti a una donna (Halle Berry) che deve ricominciare senza suo marito, e ha bisogno di avere vicino, apparentemente senza motivazioni logiche, il suo migliore amico (Benicio Del Toro).
In realtà si comprende quasi subito, e senza bisogno di nessuna spiegazione esplicita, che Audrey ha bisogno di quel Jerry che ha sempre mal sopportato, per mantenere vivo il ricordo di suo marito.
Jerry per contro ha bisogno di una possibilità per uscire dalla sua situazione, e trova questa possibilità. nella famiglia che lo accoglie.
Il pericolo di cadere nel patetico sembra sempre dietro l’angolo, e viene sempre evitato grazie a una sceneggiatura sobria, dai dialoghi rigorosi, e a una regia essenziale, molto più attenta a mostrare il dolore attraverso gesti normali che attraverso la banalità del racconto.
Anche l’incidente scatenante (e mai come in questo caso la definizione risulta più azzeccata…) dell’intera vicenda non riesce ad essere patetico: Brian è presente nella prima parte della storia, in flash back che mostrano alternandosi la sua vita felice, i suoi incontri con Jerry mai raccontati alla moglie e soprattutto il giorno della sua morte. Quando Jerry prende possesso del garage, ecco che Brian scompare fisicamente, per cominciare a diventare un ricordo.
Questo processo, che per chi assiste alla pellicola si traduce in immagini, per i protagonisti è più sottile. Comincia nei due bambini, che hanno comunque bisogno di un padre (e Jerry si dimostra perfetto nei suoi gesti, forte anche delle confidenze di Brian sulla sua famiglia).
Continua con il vicino di Brian, che piano piano lo convince a diventare suo compagno di jogging, procurandogli addirittura una nuova possibilità di lavoro.
L’ultima a trasformare Brian in un ricordo è, inevitabilmente, Audrey, che per tutto il tempo lotta contro la presenza di Jerry pur comprendendone la necessità. Purtroppo la sua lotta contro Jerry giunge troppo tardi, quando ormai la nuova pseudofamiglia in cui l’uomo è entrato da intruso sembra sfaldata.
E a Audrey tocca accontentarsi di quello che c’è di buono. Quello, appunto, che rimane.
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