Once
Posted by Chiara Bruno | Posted in Cinema | Posted on 04-06-2008
Tag:falling-slowly, frames, once, Oscar
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Lui ripara aspirapolvere e suona romantiche ballate autobiografiche dedicate alla donna che ha amato. Lei vende fiori per strada e suona il piano in un negozio di strumenti musicali, perché non può permettersene uno e non può permettersi di stare senza. Lui e Lei si incontrano una notte nel centro di Dublino. Si raccontano le loro storie, ordinarie nostalgie ed errori semplici. Lei va a casa di Lui, Lui va a casa di Lei. Accomunati dalla stessa necessità di esprimersi in musica e parole, si stringono la mano senza dirsi i loro nomi, ma si confidano le loro solitudini fino a innamorarsi…
A volte per fare un bel film basta raccontare una storia semplice. Con intensità e senza virtuosismi. Con la dedizione e il trasporto che muovono questa pellicola. È difficile rimanere estranei al “ragazzo” e alla “ragazza” – così vengono citati nei titoli di coda – benché loro stessi lo siano in fondo l´un l´altra.
Lui imbraccia la sua chitarra vistosamente vissuta e mette insieme i cocci del suo piccolo dramma sentimentale col fare di un cantastorie d´altri tempi. Lei gli sorride con la bocca e con gli occhi, con quel sorriso grande e pulito che ci fa innamorare del suo accento strano e delle sue graziose imperfezioni. Glen Hansard è Lui, e di Lui scrive tutte le canzoni, che fanno da dialoghi più che da mero sottofondo. Lei è Marketa Irglova, giovanissima pianista ceca dal talento inequivocabile e dallo sguardo di una ragazzina più matura della sua età . Loro sono innamorati della musica, prima ancora di innamorarsi. E noi ci innamoriamo delle loro canzoni, prima tra tutte quella Falling Slowly per cui i due hanno vinto l´Oscar. Carney, ex bassista dei Frames, gruppo di cui Hansard è cantante e chitarrista, gira Once in 17 giorni a bassissimo costo per le strade di Dublino. Mentre i personaggi secondari sono soltanto abbozzati, la città è quasi terza protagonista del suo film, che si divide tra le grandi strade del centro e gli interni di periferia, tra la luce intensa dei giorni e i neon lividi su fondo nero.
Certi brani tornano spesso, e spesso l´immagine trema, quasi a restituire uno sguardo documentaristico su una vicenda disegnata per istantanee più che sviluppata. Certi testi ti restano impressi, e ti ricordi ogni parola, e quando si alza il volume ti verrebbe da cantare. Qualcuno – non senza vistoso snobismo ed un´innegabile idiosincrasia per l´intelligenza della semplicità – l´ha frettolosamente etichettato come un lunghissimo spot per le canzoni dei protagonisti. Arrivati a un certo punto ci viene da chiederci se, in fondo, importi davvero qualcosa.


