04. Giugno 2008

Chiamata senza risposta

Locandina originale di “chiamata senza risposta”Beth Raymond è la classica brava ragazza, sempre pronta a fare da spalla ad amici ed amiche quando hanno qualche problema. Ma stavolta il problema è grosso: due di loro muoiono in un paio di giorni dopo aver ricevuto misteriose chiamate senza risposta e aver ascoltato un messaggio in cui sentivano le proprie urla prima di morire. Nel frattempo il detective Jack Andrews scopre che anche la sorella, scomparsa in un incidente in montagna, aveva ricevuto una telefonata del genere. Che i due si incontrino e comincino a indagare è inevitabile: Ma quello che scoprono – che sembra ruotare intorno all’incendio di un ospedale e alla scomparsa di un’infermiera sadica – va al di là del razionalmente possibile. E, mentre le morti continuano, è il turno di Beth di ricevere la chiamata…

The call – non rispondere è stato uno dei maggiori successi del disturbato (ma talentuoso) Takashi Miike, apostolo del j-horror: non è forse un caso che sia uno dei film di cui vada meno fiero. Si trattava infatti di un’opera smaccatamente su commissione, atta a recuperar soldi e poco altro. Missione compiuta, e la cosa sarebbe dovuta finire lì. Ma, si sa, l’Hollywood di questi tempi è anoressica di idee proprie ma bulimica di idee altrui: ed ecco puntuale (o addirittura anticipato: nemmeno cinque anni dall’originale) il remake con Chiamata senza risposta, che sbarca (con un bel ritardo, e già questo in tempi di globalizzazione spinta vorrà dire qualcosa) or ora sugli schermi nazionali. Diciamo che era uno sbarco evitabile: proviamo a illustrare il perché.
Che i producers americani tendano ad impossessarsi e a volgarizzare le pellicole del new horror giapponese è cosa nota almeno dai tempi di The ring. Ma almeno in quel caso si era cercato – pur con tutti i limiti – di mantenere l’atmosfera del prototipo, e soprattutto la capacità, dovuta probabilmente alla differenza tra cultura orientale ed occidentale, di lasciare zone d’ombra, situazione non spiegate, dubbi lato sensu epistemologici sull’interpretazione delle immagini sullo schermo. Ma è durata poco, ed ora la preoccupazione è quella di spiegare tutto, nell’illusione – malriposta -che questo serva a coinvolgere il pubblico pagante. E così ecco una regia assolutamente piatta affidata all’illustre carneade Eric Vallette (esordiente dopo un apprendistato videoclipparo ahimé pienamente visibile), una sceneggiatura banale dove tutto è assolutamente prevedibile, un gruppo di interpreti equamente divisi tra la categoria dell “will be” e quella, assai più triste, degli “has been” (e vedere coinvolto Edward Burns, che sembrò spiccare il volo intorno al 2000, fa veramente tristezza almeno in chi vide e apprezzò I fratelli McMullen). Con l’aggravante di un finale trascinato fino all’estenuazione e tirato via confusamente, laddove almeno Takeshi- concedendosi l’unico guzzo d’autore - si permetteva uno scarto beffardo a sottolineare l’inevitabilità del male. Pronto per qualche serata televisiva “nel segno del giallo”, Chiamata senza risposta non è solo un brutto film: è inutile. E la cosa è più grave.

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