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Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 20-05-2008

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indy Indiana Jones e il regno del teschio di cristalloPassano gli anni e cambiano i tempi, ma l’avventura ha sempre lo stesso nome: Indiana Jones. Diciannove anni dopo la sua ultima avventura e tramontati i nazisti nemici di sempre, stavolta l’affascinante archeologo deve vedersela con una banda di sovietici capitanata dalla terribile Irina Spalko, pupilla di Stalin e scienziata del paranormale, ben decisa a ritrovare la misteriosa città  di Akator – leggasi Eldorado – dove potrebbe esserci la prova dell’arrivo degli alieni sulla terra oltre alla possibilità  di attingere a conoscenze inimmaginabili. Trascinato nell’affare da un giovane spericolato e indisciplinato che sembra somigliargli (c’è ovviamente un motivo), Indy si ritroverà  a combattere – oltre ai cattivissimi comunisti di cui sopra – la paranoia del maccartismo, rincontrerà  vecchi amici non tutti affidabili e avrà  occasione per riprendere l’amore della sua vita. E, come sempre, risolverà  il mistero simboleggiato stavolta da un enigmatico teschio di cristallo…

Giù il cappello, è il caso di dire data l’immagine del personaggio. Dopo un battage pubblicitario tanto apparentemente discreto quanto ininterrotto, ritorna una delle icone cinematografiche degli ultimi trent’anni. E lo fa con stile, dribblando i timori legati a una rentrée troppe volte annunciata e smentita. Timori del resto abilmente utilizzati dalla stessa coppia di produttori e registi, l’inossidabile duo Spielberg/Lucas, ben attenti a giocare di understatement e low-profile. Certo, I predatori dell’Arca perduta rappresentò una scossa all’immaginario cinematografico, che qui non si ripete. Del resto anche i due titoli susseguenti pur divertendo non avevano incantato. Forse perché, a differenza dell’esperimento Star Wars – esperimento che ha rivoluzionato il cinema non solo a livello di effetti speciali ma introducendo per la prima volta al cinema una serialità  consapevole e alta, destinata a una produzione di serie A – Indy è un personaggio alla James Bond (cui peraltro rimanda apertamente l’inizio), non destinato ad evolversi quanto piuttosto a ripetersi. Ma sempre a un livello invidiabile. Giunge a confermarlo questo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Che, va detto, non ha lo stesso ritmo del prototipo, né la stessa sfrenata vocazione all’avventura: del resto gli anni passano per tutti, non solo per un Harrison Ford finalmente recuperato al grande cinema dopo un decennio decisamente opaco, e uno sceneggiatore come David Koepp non regge il confronto con lo scatenato Kasdan degli esordi. Ma azione ed ironia restano comunque assicurate, impreziosite stavolta da una sterminata serie di citazioni ed autocitazioni (l’Arca che riappare per un momento dimenticata all’interno della cassa in cui era stata rinchiusa al termine della prima pellicola, l’entrata in scena di schiena del protagonista etc.) per una volta divertenti e consapevoli e non meramente autoreferenziali e cumulative. E, naturalmente, da almeno un paio di sequenze (l’inizio nel magazzino, la corsa delle due auto nella giungla) di quelle che, artificiose quanto si vuole, strappano comunque l’applauso. Siamo ancora sull’ottovolante, a velocità  appena frenata rispetto agli esordi: ma sempre alta. Affettuoso omaggio/testamento (l’ultima sequenza dichiara apertamente che ci potrà  essere un solo Indiana, ma a voi il piacere di scoprire come), Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo conferma che Spielberg quando vuole mantiene il tocco del wonder boy che fu, imbevuto di controcultura (da Rosewell a American Graffiti) ma capace di rinnovare l’immaginario a partire dai suoi elementi basici. Non irrinunciabile, ci mancherebbe: ma pur sempre una spanna sopra rispetto alla grandissima parte dei blockbusters cui ci ha rassegnato il decennio. E, recuperando la Karen Allen che ci fece battere il cuore nel primo episodio, anche un gran bel modo di congedarsi.

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Mi dispiace, ma stavolta (pur trattandosi di maestri come Spielberg e icone cui siamo tutti affezionati, come Indiana Jones) non sono d’accordo sul salvare il salvabile a proposito di operazioni come questa: in tutto e per tutto commerciali, prive ormai completamente dell’originalità, del gusto retrò e citazionista degli inizi, nonostante anche qui non manchino ammiccamenti e ulteriori citazioni.
Il film è infantile, puerile, senza che sia rimasto nulla di neppure lontanamente credibile, o che si avvicini a quelle fantasie cui è piacevole credere, come da bambini, perchè affascinanti, nonostante se ne conosca la falsità.
In questo caso, invece, soprattutto nelle ultime scene, sembra di stare a Mirabilandia, e quando le cose stanno così, e scadono a questo punto, non vale neppure il merito del solido mestiere o di altre scene (come gli inseguimenti in auto) ben concertate. Una delusione insomma, con l’unica giustificazione che almeno i soldi guadagnati con roba del genere possano servire a Spielberg per finaziare operazioni più meritevoli, come l’archivio sulla memoria della Shoah.

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Beh, ovviamente non posso essere del tutto d’accordo…:-) ma riconosco anch’io che molta della magia se n’è andata, cancellata da una sceneggiatura deficitaria e (sì) infantile.
Però, come spero sia trasparso dalla recensione, l’ho visto come l’affettuoso saluto a un vecchio zio, magari un po’ rincoglionito, che tenta ancora le imprese e i modi che ce lo fecero amare da ragazzi. E almeno c’è quel tanto di (auto)ironia che da secoli mancano ai blockbuster hollywoodiani.

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