Cargo 200
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 18-05-2008
Tag:1984, 200, Afghanistan, Balabanov, Carco, Orwell, Pasolini, perestrojka
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URSS (o CCCP che dir si voglia), 1984. L’anno prima della perestrojka ma anche l’anno profetizzato da Orwell. In una città di provincia sparisce la figlia del segretario distrettuale del Pcus e viene contemporaneamente ucciso un vietnamita alle dipendenze di un ex galeotto condannato in gioventù per omicidio e ora convertitosi alla filosofia utopica di Campanella. Di entrambe le indagini viene incaricato il capitano Zhurov. Che, completamente pazzo e impotente, è autore di entrambi i delitti e, portatala a casa, abusa della derelitta in ogni modo. Intanto i Cargo 200 – nome in codice dato agli aerei che riportano in patria i cadaveri dei militari morti in Afghanistan – continuano ad andare e venire…
Cargo 200 è stato un autentico caso in Russia, dove ha suscitato – oltre all’interesse del pubblico – una serie infinita di riesami e polemiche storico – politiche. Non sembra possa avere lo stesso impatto da queste parti: anche perché, nonostante una lusinghiera accoglienza alle “Giornate degli autori” di Venezia 2007, esce senza alcun battage pubblicitario e confinato in pochissime sale disperse sul territorio nazionale. Del resto il suo regista Balabanov, pur abbastanza conosciuto ai pubblici festivalieri come autore del bel dittico Brother, non è precisamente notissimo ai più. Per una volta è un peccato: la pellicola, che vi auguro di recuperare almeno in qualche cineforum coraggioso, è di quelle senz’altro da vedere. Come sa chi si è trovato a frequentare la sua filmografia, Balabanov è da tempo impegnato – verrebbe da dire ossessionato – a riconsiderare l’ultimo ventennio della storia russa per cercare di capire cosa è diventato il suo paese. Stavolta, utilizzando un registro macabro e grottesco che non risparmia nulla e nessuno, arriva a un risultato alto e forse definitivo. I mali dell’oggi arrivano da ieri, da un regime in dissoluzione – ma verrebbe da dire in decomposizione, e senza voler rivelare nulla dello svolgimento diciamo solo che la parola non è scelta a caso – che da un lato manda parte dei suoi giovani a morire e dall’altro ne indirizza parte a quel capitalismo canaglia, fatto di illegalità e sopraffazione, che è una delle cifre più autentiche della nuova Russia putiniana. E gli altri? Gli altri stuprati e abusati, mentre genitori e nonni – tutti colpevoli di qualche delitto precedente – si rimbambiscono davanti alla televisione in bianco e nero o discutono a vanvera di ateismo di stato. Il tutto filmato in una luce da acquario (o da Purgatorio), tra sequenze che parono lentissime e apparentemente prive di direzione salvo poi rivelarla bruscamente, con attori che recitano secondo i moduli dello straniamento brechtiano, e con scene insostenibili che si alternano a tocchi di umorismo nerissimo e surreale. Certamente non per tutti i palati, e anche per i più disponibili non privo di difetti: la programmaticità di situazioni e personaggi è fin troppo evidente, e qualche inserzione intellettualistica (la discussione/scontro su Campanella e Marx) appare mal calibrata e fin troppo esemplificativa. Ma siamo dalle parti del Pasolini più radicale, accompagnato da una vena di teatro dell’assurdo: e il connubio, per quanto improbabile, ha la sua tenuta e la sua forza. Da vedere, fosse solo per detestarlo: io mi iscrivo tranquillamente tra i suoi partigiani. Con tutti i distinguo possibili, qui c’è un cinema che fa riflettere.


