Gomorra
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 14-05-2008
Tag:camorra, gomorra, matteo-garrone, napoli, roberto-saviano, scampia, Toni-Servillo
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Scampia, 2008. Le vite degli abitanti di un´enorme e fatiscente casa popolare sono accomunate dall´appartenenza al clan. C´è chi vuole diventare grande in fretta, chi paga le famiglie dei detenuti coi proventi delle attività illecite, chi vorrebbe emanciparsi e dominare. E chi fa il sarto con amore in un piccolo laboratorio e vorrebbe insegnare la sua arte agli altri. Poco più in là , in una discarica abusiva, vengono stivati i rifiuti tossici di una fabbrica veneta ad opera di un mediatore collegato ai capoclan. Non c´è possibilità di uscita, se non con la morte.
Ci sono molti motivi per uscire impressionati dalla visione del film che Matteo Garrone ha ricavato dal best seller di Saviano.
Uno di questi, forse il più sconvolgente, è la prevalenza del silenzio. Data l´ambientazione, degradata e plebea (e memori di come in passato altri registi hanno sottolineato la criminalità dei clan), ci potremmo aspettare urla, litigate, clamori. Non che non vi siano, in qualche misura. Ma le parole sembrano non essere importanti. E spesso si ripetono, insensate e uguali a loro stesse. Il codice di linguaggio è primitivo, indice di degenerazione animalesca. Sono i comportamenti a contare, le scelte, i sì o i no comprensibili a gesti. E l´assoluta impossibilità di sfuggire a una serie di regole, postulati indimostrabili di una realtà che è già offerta a priori. Sembra non esserci alcuna redenzione possibile, e non solo a causa della reiterazione dei comportamenti, ma soprattutto per il loro intreccio indissolubile con quello che avviene nel “mondo di fuori”, tanto che dire “funziona così, non c´è nulla da fare” (frasi ripetute in più occasioni da alcuni dei personaggi) non è un fatalismo vittimistico, ma piuttosto l´unico modo per fronteggiare la vita stessa. E´ nel silenzio che ascoltiamo i colpi di pistola che uccidono, e che sono quasi sempre voci fuori campo che irrompono a concludere una situazione già segnata. E´ il silenzio, come scelta registica, che accomuna alcune fra le scene più potenti del film: il “pagatore” che esce da un appartamento e osserva i corpi massacrati stesi a terra, la panoramica dei tetti in cui stanno fianco a fianco le guardie che controllano e i bimbi che giocano in una piscina gonfiabile, il sospiro di solitudine e rassegnazione con cui il sarto sale su un camion dopo aver visto la star di Hollywood indossare il vestito da lui confezionato per pochi soldi.
Garrone costruisce il film come se fosse un documentario: irrompe nelle vite di queste persone, marchiate a fuoco dall´ineluttabilità , e le osserva appiccicandovi la macchina da presa; si disinteressa del loro passato, delle relazioni fra di loro, dell´esistenza di una quotidianità fatta di televisione, di sonno, di pranzi, di docce e quant´altro, per delineare un quadro agghiacciante fatto di assoluto presente, di lotta per la sopravvivenza. Un hic et nunc che ci riguarda tutti, dato che i titoli di coda ci ricordano quanta parte della nostra vita sia in qualche modo influenzata dalle attività della camorra. Lo scopo è raggiunto grazie sia alla decisione di girare nei luoghi dove ogni giorno avvengono i fatti narrati nel libro, sia soprattutto alla scelta di attori presi dalla strada, cui danno il loro magnifico supporto le facce forti della cinematografia napoletana: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Gigio Morra, Salvatore Cantalupo.
Gomorra è un film che, come il libro, farà discutere. Non è Pasolini, non è neo-neorealismo, è qualcosa di differente e di più incisivo, e quindi unico e memorabile pur non essendo un assoluto capolavoro. E´ diseguale nell´intensità (la storia dei due ragazzi-killer ribelli che si rifanno a Scarface è a volte didascalica), difficile da seguire per la scomposizione delle varie vicende, a volte prolisso. Ma, d´altro canto, è rigoroso stilisticamente, moralmente puro e ineccepibile come un´inchiesta giornalistica d´altri tempi, freddo ma mai formalistico, spettrale eppure di raggelante bellezza. Un film che consegna definitivamente Garrone, giunto al suo sesto lungometraggio (e dopo il mezzo passo falso del precedente Primo amore) nell´Olimpo dei veri autori di cui l´Italia può andare fiera. E che, d´acchito, mette una seria ipoteca anche su una possibile vittoria a Cannes, cui partecipa in concorso.


