Un amore senza tempo
Al capezzale dell’anziana Ann, Constance e Nina, le figlie, tentano un bilancio delle loro vite e fanno i conti con quella della madre, che presto mancherà. Constance sembra la più integrata e quella che ha ottenuto ciò che, di norma, si aspetta una donna sposata, mentre Nina deve fare i conti con la sua volubilità e una maternità non ancora metabolizzata. Ma se la vita può sembrare complicata per le donne moderne, il riferimento di Ann a Harris, l’uomo che più ha amato nella sua vita, apre alle figlie una ridda di considerazioni su come doveva essere la madre in gioventù – aspirante cantante finita a fare la mamma e a tirare su le figlie tra un matrimonio e l’altro –, e su chi doveva essere questo Harris. È anche l’occasione, per l’anziana malata, di tornare con la memoria al fatidico weekend in cui, damigella d’onore della cara amica Lila, durante il matrimonio conobbe Harris, ma scoprì anche quanto era perdutamente innamorato di lei – non ricambiato – il fratello di Lila, Buddy. Giorni di ansia per quello che riserva il futuro (Lila non è sicura di sposare l’uomo giusto), ma anche di grandi svolte sperando nel domani. Solo il presente può dare una risposta a tutti quei dubbi, ma il tempo ha ormai ridimensionato ogni cosa, e magari la saggezza acquisita da chi ha già vissuto può essere d’aiuto a chi ha ancora molta strada davanti a sé.
Ad essere un po’ ingenui, ci si potrebbe lasciare incantare dal cast stellare di questa produzione: Claire Danes, Toni Collette, Vanessa Redgrave, Natasha Richardson, Eileen Atkins, Meryl Streep, Glenn Close, Mamie Gummer, Patrick Wilson e Hugh Dancy, con due madri e rispettive figlie a recitare una accanto all’altra (la Richardson figlia della Redgrave – anche nella finzione – e la Gummer figlia della Streep che impersona lo stesso personaggio della madre in età differenti). Vi esortiamo, però, a non peccare di ingenuità, perché il cast da paura è stato schierato sul campo, come succede spesso in queste grosse produzioni, per puro e semplice richiamo, col risultato che ogni attore sembra rifulgere di luce propria e voler strappare agli altri la scena madre, e perfino la significatività della scelta di una recitazione famigliare lascia spazio a calcolo e freddezza (spezzeremmo una lancia in favore del confronto Redgrave-Streep, ma stiamo veramente parlando di interpreti d’altri tempi e di ben altra caratura).
Oltre alla freddezza, non difetta neppure di noia questo melodramma tratto da un romanzo della scrittrice Susan Minot, autrice anche della sceneggiatura, la quale ha ben pensato di farsi coadiuvare da Michael Cunningham, autore del romanzo The Hours, credendo così di rinverdire i fasti cui andò incontro il film di Stephen Daldry. Ma al posto del regista di Billy Elliot qui troviamo dietro la macchina da presa l’ex direttore della fotografia Lajos Koltai (Mephisto, Il colonnello Redl, La notte dei maghi, Malena, La leggenda del pianista sull’oceano, Ricordando Hemingway, alla sua seconda regia dopo Fateless), che non riesce ad esimersi dal fare belle immagini e non sa uscire dai cliché del genere. Diluito nei tempi e dirottato sul piccolo schermo avrebbe dato l’estro a una nuova fortunata serie televisiva su madri e figlie tra ieri e oggi, così com’è il film si rivela un polpettone piuttosto tedioso e menagramo su quanto insignificanti sono state le nostre vite in passato e su quanto poco ci riserveranno in futuro, senza tener conto che c’erano molta più inventiva e talento in un qualsiasi mélo targato Fox o MGM dei bei tempi andati che in una sola sequenza di questo Sirk dal fiato corto. Schiacciare un pisolino in sala è lecito, saltare a piedi pari su qualche altro passatempo anche.
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