La velocità della luce
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 27-04-2008
Tag:ai-confini-della-realtà , Bauchau, Borges, Durrenmatt, luce, Papini, Velocità , Wenders
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Mario, trentacinquenne ladro d’auto di lusso, percorre instancabilmente le autostrade del belpaese alla ricerca di possibili vittime. Inevitabile che la sua attenzione sia attratta da una Bentley del ’92, valore di mercato 190.000 euro, e che cerchi di entrare in contatto col suo guidatore Rinaldo per potersene impossessare. Cosa tutt’altro che impossibile, grazie all’aiuto di Beatrice, telefonista di call-center in cerca di avventura e forse d’amore. Ma quel che i due ignorano è la vera identità del guidatore, che non è affatto l’anziano malinconico e sprovveduto che appare a prima vista…
La velocità della luce, film d’esordio di Andrea Papini fin qui attivo nel campo della pubblicità e dei documentari, aveva sulla carta più d’una caratteristica in grado di incuriosire. In primo luogo la scelta del genere di riferimento, il noir metafisico, decisamente poco frequentato in Italia; in secondo l’ambientazione on the road, dalle nostre parti riservata di solito (almeno dai tempi de Il Sorpasso, per tacere di Salvatores ed epigoni) solo alla commedia: infine la presenza nel cast di un mostro sacro come il wendersiano (ma non solo) Patrick Bauchau. Onore quindi al regista e sceneggiatore, che azzecca potenzialmente tutti gli ingredienti del piatto. Che però resta a un tempo troppo leggero e troppo indigesto.
Leggero, perché nell’ansia di riportare al grado zero della narrazione la vicenda – procedimento del resto tipico del racconto metafisico almeno dai tempi di Borges e Durrenmatt – Papini tenta di centrare l’archetipo ma finisce col disegnare una sorta di limbo insieme spaziale e relazionale privo di autentica progressione e suspence. Non basta il tentativo di proporre il paesaggio come protagonista e contraltare delle vicende umane dei tre protagonisti quando queste rimangono fino alla conclusione sfumate e – diciamolo pure – poco coinvolgenti: non basta buttar lì un paio di tic (nel caso di Mario, ipocondriaco e claustrofobico) o qualche elemento fisico bizzarro (le cicatrici e le protesi che si intravedono sul corpo di Rinaldo) per costruire dei personaggi e farci appassionare ai loro destini. Indigesto, perché il desiderio esibito di dare alla vicenda lo status di apologo conduce troppo spesso a situazioni inutilmente esemplari, a dialoghi cadenzati e sentenziosi , con qualche involontaria caduta in un trombonismo declamatorio degno di miglior causa (si vedano solo le incredibili battute tra Rinaldo e Betrice nella scena di sesso peraltro assolutamente superflua in sottofinale). Alla fine sembra di aver assistito a un episodio di Ai confini della realtà mostruosamente dilatato nei tempi e nei ritmi: e a poco vale l’onore delle armi pure tributabile a una regia non banale e a un terzetto di interpreti azzeccato. Tramato da pretese arty e maledettiste di assoluta maniera, La velocità della luce resta per lo più un’occasione persa: e il fatto di intravedere (passatemi la metafora, del resto adatta alla location) un talento in fondo al tunnel è più occasione di rimpianto che di giubilo.


