I demoni di San Pietroburgo
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema | Posted on 23-04-2008
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Giuliano Montaldo racconta Fjodor Mikhailovic Dostojevskij. Il vecchio scrittore è oppresso dai debiti, costretto a dettare il suo ultimo romanzo alla stenografa Anna Grigorjevna per rispettare le scadenze del suo editore-strozzino, ma soprattutto è un uomo oppresso dai demoni che danno titolo al film. Sono i ricordi, a volte rimorsi e a volte rimpianti, della sua gioventù di intellettuale e socialista, periodo che lo ha consacrato come autore-mito di tutta una generazione di universitari rivoluzionari che ora si rifanno a lui mentre organizzano attentati terroristici contro la famiglia dello zar. Proprio l’incontro con alcuni di loro mette Dostojevskij di fronte a un’ennesima scelta che lo tormenta quando fede politica e personale si incrociano indissolubilmente.
Che il regista sia rimasto lontano dalla macchina da presa per dedicarsi al teatro lirico si vede. E’ il tratto che caratterizza di più l’opera, il suo pregio migliore, quell’aria di film d’altri tempi, vero, incentrato sulla recitazione degli attori e sull’attenzione ai dettagli che descrivono gli ambienti, e, di fatto, la società che in quegli ambienti vive e pensa. Ma proprio la struttura un po’ antiquata è anche il peggior difetto di un film che a tratti ricorda le epiche produzioni televisive di qualche anno fa. Elemento di disturbo sono, infatti, i primi piani ripetuti, a sottolineare da un lato lo scavo psicologico, peraltro molto profondo, che Miki Manojlovic compie sul protagonista, ma che dall’altro fanno risaltare i personaggi femminili piatti, e con la bocca troppo spesso piegata in una recitazione enfatica.
Montaldo sembra, insomma, cedere a una voglia di romanticismo. L’empatia per il personaggio, così sfaccettato e interessante, lo porta a ricorrere a mezzi poco raffinati per narrare il suo tormento interiore, come gli echi di voci fuoricampo e i troppi flashback nella prima parte del film. E’ come se l’urgenza del messaggio che secondo lui Dostojevskij ha da portarci, gli avesse fatto calcare la mano, a scapito della forma.
Forma che, altrimenti risulta molto curata e accattivante. Le atmosfere nebbiose, a tratti grige e fredde e poi tinte di ocra dalla luce dei lampioni, pur se romanzate rispondono alle descrizioni dell’umanità che lo scrittore stesso riporta nei suoi romanzi. Un’umanità felliniana, quasi, come felliniano è il ricorso al simbolismo sottolineato dalla colonna sonora di Ennio Morricone. In quest’ottica, ovviamente, si inserisce il finale, irrisolto, quasi, a enfatizzare lo scollamento tra la mera cronaca della realtà e la ricerca di significato che da essa si diparte. Così si torna a rileggere l’intero film, e si perdonano gli eccessi per concentrarsi sul senso.
Illuminante è, allora, il dialogo di Dostojevskij con Pavlovic, ispettore di polizia che si occupa dei sovversivi. Con il cinismo di cui è capace Roberto Herlitzka, Pavlovic si pone come il doppio dello scrittore. Solo così si spiega l’onniscienza con cui svela a Dostojevskij stesso e al pubblico la sua condizione di deportato per la vita, e il suo conflitto interiore.
Proprio il tema del doppio, a partire dalla continua ambiguità tra sogno e realtà , permette a Montaldo di approfondire la ricerca continua dello scrittore per l’Uomo, proprio a partire da se stesso e dalla propria identità . Ricerca sottolineata dalle scelte registiche fatte di continue contrapposizioni di volti più o meno a fuoco, di colori evocativi e di rimandi che si connettono nel montaggio.
Tutto questo fa de I demoni di San Pietroburgo un’opera complessa e interessante. Un bel film di cui si continua a chiacchierare usciti dal cinema. Forse le ambizioni del regista erano più alte, ma noi giudichiamo quel che vediamo.


