Il matrimonio è un affare di famiglia
Jean è una donna inglese che per seguire l’ex-marito ha lasciato una carriera nello spettacolo ed è emigrata in Australia, dove vive tuttora con i due figli Tim e Mark, mentalmente disabile, e dove alterna il suo lavoro in una mensa a performance come cabarettista in piccoli locali. Si comporta da madre matrona, sfruttando il senso di colpa per tenere soprattutto il figlio Tim al guinzaglio. La situazione però precipita quando Tim conosce Jill, una bella ragazza che riesce non senza difficoltà a fargli superare la timidezza. Jean percepisce il pericolo di vedersi sottrarre il figlio, e comincia una lotta senza quartiere per mantenere il possesso del suo territorio…
Le commedie di matrice anglosassone, anche quando sono scritte e dirette da autori australiani, hanno una caratteristica peculiare: l’umanità e verosimiglianza dei loro protagonisti. In pochi riescono a mettere in scena un panorama di personaggi decisamente comuni, umili e a volte persino brutti, che però riescono a piacerci sul serio, e che magari inviteremmo persino al pub sotto casa nostra per giocare a freccette o berci una pinta di birra.
Clubland, tradotto nell’orribile Il matrimonio è un affare di famiglia, non fa eccezione. Assistiamo a una commedia minimalista, dove vengono messe in scena abilmente le vite qualunque di una famiglia comandata a bacchetta da Jean (Brenda Blethyn, già apprezzata in Segreti e bugie e L’erba di Grace. La parte è stata costruita su misura per lei, e si vede in ogni scena), una donna di mezza età che invece non vuole proprio rassegnarsi ad essere una madre lavoratrice come tante altre. E nella sua ricerca del successo coinvolge, loro malgrado, i due figli Tim e Mark, cui fa pesare di continuo il sacrificio di una grande carriera nel cabaret. Dell’ex- marito, la vera star della famiglia, anche se per due sole settimane (anzi tre) di primato nella hit parade, non vuole nemmeno sentire parlare.
Il piccolo mondo di Jean, fatto di successi locali abbastanza meschini, deve però scontrarsi con le esigenze dei suoi figli, che inevitabilmente, anche se con modalità differenti, desiderano e trovano una loro autonomia. Per forza di cose diametralmente opposta ai desideri della madre.
Si assiste a un ribaltamento dei ruoli che ha dell’incredibile: non solo il mondo dei giovani sembra essere molto più maturo e con i piedi per terra di quello degli adulti (tutti, nel bene o nel male, gravitanti intorno al mondo dello spettacolo), ma addirittura il più equilibrato ci appare Mark, il figlio spastico di Jean, che con le sue uscite mai fuori posto, sempre in linea con il personaggio, riesce sempre a riportare lo spettatore con i piedi per terra attraverso una ridicolizzazione involontaria delle situazioni cui assiste.
I conflitti, anche se portati avanti in modo sotterraneo per la maggior parte della storia, esistono e sono palpabili. E come nella migliore tradizione, esplodono e si risolvono in una sequenza dove finalmente i personaggi riescono a dirsi in faccia tutto quello che pensano.
Ritornata la calma, si ristabiliscono anche i ruoli precisi: gli adulti tornano adulti e finalmente possono essere un riferimento per i giovani. Mantenendo un po’ della bizzarria che li rende simpatici e molto simili ai nostri vicini di casa.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, insomma, ma la consapevolezza di vedere un film che non intende stupirci con effetti speciali e ottiene il suo risultato, un’ora e mezzo passata in modo piacevole, magari anche con una riflessione sulla stranezza di una generazione di genitori che non vuole rassegnarsi a crescere, sbalestrando completamente i suoi figli, non è da disdegnare. Tutt’altro.
Il cast è perfetto in tutte le sue scelte, inclusa quella di Emma Booth, una Jill decisamente bella ma alla ricerca continua di rassicurazioni; ma è da segnalare sopra le altre l’interpretazione di Richard Wilson, il disabile Mark, che riesce ad essere credibile e mai macchietta. E non era facile, davvero.
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