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L’ultima missione

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 17-04-2008

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lultima missione Lultima missioneLouis Schneider, esperto poliziotto della squadra omicidi di Marsiglia, è attanagliato dai sensi di colpa per l´incidente in cui la figlioletta ha perso la vita e la moglie è rimasta semi-paralizzata, proprio mentre lui la tradiva con Marie, una poliziotta fredda e arrivista. La sua condotta diventa sempre più estrema, finchè i superiori decidono di emarginarlo togliendogli l´indagine su un caso di omicidi efferati che sta seguendo da mesi con un collega.
Justine è la figlia di una coppia barbaramente uccisa 25 anni prima da un killer senza scrupoli (arrestato poi proprio da Louis), che grazie alla buona condotta e al fervore religioso dimostrato in carcere sta per essere rilasciato nonostante sia stato condannato all´ergastolo.
I due si incontrano e per poco uniscono le loro solitudini. Ma Louis deve tentare l´impossibile per risolvere il caso che gli è stato tolto, e non tutto andrà  per il verso giusto…

“Dio mi ha tradito, e io lo punirò”. Con questa frase, pronunciata da un Louis sconvolto per l´incidente occorso alla sua famiglia, inizia la nuova fatica di Olivier Marchal, assurto agli onori della critica dopo il poliziesco cult 36, Quai des Orfevres, uscito nel 2004. E questo riferimento anti-fideistico pervade tutta la pellicola, sia a livello di immagini (un crocefisso che gronda sangue, una vecchia chiesa trasformata in ospedale) che di narrazione. Ed è proprio qui che sta il limite del film. Marchal, ex poliziotto passato dietro la macchina da presa, costruisce un intreccio basato sull´impossibilità  del perdono e della redenzione, sulla falsità  del rapporto uomo-Dio, sulla cecità  e l´ineluttabilità  del destino, utilizzando però il registro di un´enfasi anti-mistica che gronda retorica a ogni piè sospinto. Conosce a memoria la grammatica del polar, cita Melville, Clement, Corneau e il Parker di Angel Heart, confeziona un personaggio paradigmatico come quello di Schneider appiccicandolo addosso a un mimetico Daniel Auteuil (sorprendente nel suo essere sfatto, alcolizzato e senza futuro), immagina una vicenda perfetta per il genere di riferimento, eppure non riesce a convincere. Forse per un eccesso di sincerità . Forse per una compartecipazione troppo attiva. Forse, infine, per la volontà  di dire e spiegare tutto, anche l´inspiegabile. Sta di fatto che la storia sbanda di continuo come la macchina ancien-regime di Schneider (una vecchia berlina che rimanda da par suo ai polizieschi anni ´60) e le immagini, esagerate oltre ogni limite da una fotografia calligrafica colma di chiaroscuri e stritolata fino a rasentare il bianco e nero e da una musica ridondante e pedissequa, anziché corroborare nello spettatore l´idea di fondo della vicenda ci allontanano dalle emozioni, fino a diventare (sopratutto nel montaggio alternato dell´ultima mezzora) una sorta di piccola enciclopedia del già  visto.
La furia iconoclasta del regista (e del suo alter-ego Schneider) distrugge anche, inconsapevolmente e con le sue stesse mani, l´energia di una vicenda che avrebbe meritato ben altra attenzione e un rigore meno di facciata. E anche altri interpreti, se perfino Auteuil sembra a volte eccessivo nel suo essere sopra le righe. E la chiusa su uno stantìo dualismo morte-vita, con in primo piano il ginecologico particolare di un bimbo che viene alla luce mentre intorno si consuma l´ultimo atto della tragedia, diventa una conclusione forzata e posticcia, quasi un risarcimento non richiesto rispetto alla negatività  mostrata fino a quel punto.
La cornice religiosa, deviando la vicenda dalle regole del genere verso un doloroso odio verso le leggi della necessità , ingabbia i personaggi in una sorta di macchiette abbozzate, che non hanno la forza per uscire dai loro clichè e divenire memorabili.
Un passo falso, per un regista che attendiamo fiduciosi alla prossima prova. Per ora, si può anche soprassedere.

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