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Shine a light

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 09-04-2008

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shine a light Shine a lightTrent’anni dopo L’ultimo valzer, Martin Scorsese si riavvicina al mondo del rock. Se nel ’78 alla ribalta c’era l’ultimo concerto della mitica The Band, inframmezzato con interviste ai mostri sacri del folk-rock del periodo, in questo caso il pretesto è la ripresa di un concerto tenuto dai Rolling Stones durante l’ultima tournee mondiale in un piccolo teatro di Manhattan. Quando si è in presenza di un maestro come Scorsese, anche la semplice ripresa di un concerto diventa un’opera d’arte, e va analizzata con gli strumenti critici più appropriati. Il regista newyorkese si avvicina infatti al “mostro” Rolling Stones con un´intensita´ il cui scopo e´ duplice.

Da un lato, vi e´ il tentativo di catturare la tremenda energia di un concerto rock e di trasportarla attraverso lo schermo. Le macchine da presa posizionate in ogni dove; l´attenzione ai dettagli corporei dei componenti della band, con abbondanza di primi piani che ci fanno apprezzare anche i sottili ammiccamenti fra i musicisti; l´insistenza nell´inserire immagini prese dal backstage, cosi´ da sottolineare la vitalita´ dell´attimo grazie alla risposta entusiasta del pubblico; infine la scelta di un piccolo teatro, il Beacon di Manhattan, come sede dello show, quasi a rimarcare il contatto mai sopito fra la band e il suo pubblico; ecco gli elementi che rendono al meglio la deflagranza di una serata che nasce e muore nell´arco di un paio d´ore, e non lascerebbe nulla se il genio di Scorsese non collegasse il concerto con una Manhattan illuminata e quasi stilizzata, grazie a un vertiginoso dolly conclusivo che inizia appena fuori dal Beacon e termina con una luna piena che sorveglia benevola l´alleniano skyline per poi trasformarsi nella celeberrima e beffarda linguaccia rossa rollingstoniana.
D´altro canto, il film e´ anche una sottile riflessione su verita´ e finzione nel mondo del rock e, parallelamente, nel cinema stesso. Inframmezzato com´e´ da interviste degli anni ´70 in cui si chiedeva a Jagger e soci se avessero continuato a suonare Satisfaction fino a 60 anni (e gia´ allora ci si meravigliava della longevita´ della band, soprattutto a causa dei problemi di droga dei suoi componenti), il documentario mostra i Rolling Stones dediti a “fare” i Rolling Stones, con reale divertimento (sottolineato da una battuta di Keith Richards, che dichiara di suonare ancora perche´ gli piace farlo, e niente altro), ma anche con una teatralita´ che appare talmente esagerata da avvicinarsi a un copione gia´ scritto altrove. Il luogo stesso del concerto, un piccolo teatro in cui i drammi diventano veri per il solo fatto che vi vengono rappresentati, e il saluto finale (la band piu´ i roadies e gli ospiti che salutano con un inchino al centro del proscenio) indulgono a una tale riflessione. Quanta verita´ c´e´ in un Jagger che ancora adesso canta Sympathy for the devil con le stesse mosse di 40 anni fa? Non piu´ che in un De Niro che si trasforma per impersonare Toro scatenato, verrebbe da pensare. Scorsese continua il suo personale itinerario musicale con un documentario in cui la sua genialita´ e´ in prima linea. It´s only rock´n´roll? Forse, ma non ne saremmo poi cosi´ sicuri.

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