Nessuna qualità agli eroi
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 09-04-2008
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Bruno è un assicuratore ginevrino, emigrato a Torino con la moglie Anne; oltre ai problemi personali derivanti sia da un complicato rapporto con il padre (famoso pittore, anaffettivo verso lui e la sorella Cecile) non superato nonostante la morte del genitore e l´allontanamento dalla Svizzera, sia dalla scoperta dell´impossibilità di avere figli, Bruno si trova in grosse difficoltà economiche in quanto deve restituire un ingente prestito al direttore di una grossa banca, occasionalmente usuraio. Quando all´improvviso il banchiere scompare misteriosamente, gli si fa incontro il suo giovane figlio Luca, un ragazzo psicotico e violento che lo affascina con i suoi modi rudi fino a rivelargli di essere l´assassino del padre, che lo libera così dall´obbligo di restituire il prestito. Nel frattempo, a Ginevra si inaugura la prima mostra completa delle opere del padre: Bruno è costretto a recarvisi con la moglie, ma ben presto ritorna a Torino, dove dovrà affrontare il rapporto con la moglie, decisa a capire i motivi delle sue ombrosità , e a risolvere definitivamente i legami familiari…
Giunto dopo tre anni alla fatidica soglia del secondo lungometraggio, Paolo Franchi taglia il traguardo con un film faticoso sia nella visione che nell´impostazione. La pellicola si basa sul rapporto tempestoso fra il conscio e l´inconscio, e l´impianto psicanalitico è evidente fin dalla reiterata centralità della figura del padre. Quello che però rendeva leggiadro l´esordio di Franchi, La spettatrice, ovvero la credibilità del dipanarsi di una vicenda anche in quel caso, per molti versi, contorta e ambigua, in questo caso viene del tutto messo da parte a favore di una simbologia oscura che troppo spesso non viene alla luce e appesantisce, con i suoi rivoli interpretativi, una trama che meriterebbe ben altra capacità di scrittura. Ci troviamo più o meno dalle parti del Bellocchio più cupamente “fagioliano” (periodo “Diavolo in corpo”, per intenderci), dove la volontà di fare asserzioni anche importanti sulla difficoltà dei rapporti umani e su un “potere” occulto che ci impedisce di essere liberi non sa trovare alcuna strada che lo porti allo spettatore, rimanendo il più delle volte nella mente del regista (che, ricordiamolo, è critico psicanalitico dell´arte, e che quindi in quest´opera ha forse in buona fede inserito i suoi personalissimi fantasmi). Il risultato è un film autocompiaciuto e ombelicale, che quando tenta un colpo d´ala ricade su inquadrature inutilmente pittoriche o si incarta su dialoghi inopinatamente banali, e che fa passare in secondo piano l´ottima prova del trittico di attori, straordinario nell´aderenza al ruolo e nella capacità di donare il mistero e l´ambiguità ai personaggi (Bruno Todeschini, un Bruno inespressivo e cupo, Irene Jacob, indimenticata musa kieslowskiana che torna al cinema dopo molti anni con raggiante solarità nel ruolo di Anne, e soprattutto Elio Germano, splendida certezza del nostro cinema). Resta sottintesa la buona fede di Franchi, il cui mezzo passo falso non lo riduce a promessa mancata, ma crediamo non basti cercare un´interpretazione non realistica della vicenda, come ha ripetutamente dichiarato il regista, per dare spessore a un´opera fortemente squilibrata e, forse, troppo “sentita” e quindi difficilmente manovrabile.


