Amore, bugie e calcetto
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema | Posted on 29-03-2008
Tag:amore, angela-finocchiaro, Battiston, bugie-e-calcetto, Calcio, claudia-pandolfi, claudio-bisio, Fabio-Bonifacci, luca-lucini
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Era da un po’ che non si vedeva una commedia italiana con la pretesa di raccontare uno spaccato verticale di società , e nel frattempo con la leggerezza di chi vuole soltanto divertire e poi la morale la trovi chi vuole. Luca Lucini sembra voler ripetere l’esperimento già tentato con L’Uomo Perfetto, e questa volta ci riesce, grazie soprattutto alla scelta di un ottimo cast.
Di pretesti seri, tematiche impegnate, volendo se ne possono trovare a bizzeffe in Amore, Bugie & Calcetto. Si va dalla crisi di mezza età di Vittorio (un Claudio Bisio esilarante, anche se forse troppo teatrale) che non accetta di invecchiare nè di perdere l’azienda, a quella matrimoniale della coppia Lele (Filippo Nigro) – Silvia (Claudia Pandolfi) finiti nel tunnel del secondo figlio, quello in cui la madre è frustrata perchè sta tappata in casa e il padre si sente un collaboratore domestico. Così, nello spogliatoio dopo la settimanale partita del torneo di calcetto i nodi vengono al pettine, e si parla di amore, spesso perduto, ma anche forte e, almeno apparentemente puro, come quello di Martina e Piero, che provano ad applicare l’economia imparata all’università alla vita quotidiana di chi deve tirare la fine del mese. A dar consigli ci pensa Mina, soprannome datogli per le sue punizioni imprendibili, (un Giuseppe Battiston ormai invischiato nel ruolo dello sfigato, ruolo che però svolge alla perfezione) giornalista divorziato a cui non resta che il ruolo di allenatore-commentatore.
Proprio l’amicizia cameratesca che lega i personaggi dà quella coralità che fa da collante a tutto il film. Se alcune scene finiscono per essere un po’ troppo degli sketch televisivi (si vedano ad esempio alcuni scambi tra Claudio Bisio e Angela Finocchiaro che interpreta l’ex moglie di Vittorio) e alcune svolte della trama sono poco credibili, come quelle di un finale un po’ a tarallucci e vino, comunque il film mantiene una sua coerenza.
La sceneggiatura particolarmente azzeccata rende gradevoli tutti i 115 minuti ed evita di banalizzare dei personaggi che sarebbero potuti altrimenti cadere facilmente nello stereotipo. E in fondo siamo un po’ tutti noi italiani a caderci, nello stereotipo, coi discorsi da bar in cui vogliamo dare un parere su tutto e con la passione inspiegabile per uno sport che ci fa tornare bambini, e che ci unisce quando davvero sappiamo giocare per divertirci, cosa che avviene raramente. Lucini non fa altro che fotografarci, con ironia.
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