Tutta la vita davanti
La pellicola sovraesposta sfuma le figure che circondano la protagonista Marta sull’autobus che la porta nella periferia più isolata di Roma. La scena d’apertura del film sembra voler collocare la narrazione in una dimensione onirica e ludica, come se il regista Paolo Virzì volesse scusarsi di toccare un argomento tanto profondo e volesse avvertirci in anticipo del rischio di banalizzare e romanzare una situazione diffusa e difficile. Da qui prende il via, infatti, una commedia che ricalca una fiaba di formazione, con la voce narrante che, prima, accompagna la ragazza neolaureata con lode in filosofia alla ricerca di un lavoro consono alla sua formazione o di una borsa per proseguire gli studi, e poi la vede approdare in un call-center come lavoratrice part-time (per il resto del tempo Marta fa la baby-sitter). Qui, in rotta con il fidanzato, negli Stati Uniti per studio, e alla prese con persone completamente estranee al suo mondo, la ragazza inizia un percorso che la porterà a conoscere meglio se stessa, nonostante le tante delusioni.
Lo stile e la colonna sonora del film, nonchè il personaggio stesso di Marta, interpretato da Isabella Ragonese, ricordano un po’ l’ormai ipercitata Amelie, e il suo favoloso mondo. Con la stessa naturalezza che nasconde una forte determinazione, Marta approda nello scintillante call-center, sorta di Paese dei Balocchi moderno, almeno per le altre ragazze che ci lavorano, piuttosto ignoranti e burine. Interessante è la resa grottesca, ma al tempo stesso convincente di questo luogo totalizzante e della sua influenza, per niente scontata sulla ragazza. Virzì non lascia spazio a una facile retorica e non risparmia qualche bacchettata al mondo della politica e del sindacato, impersonato da Valerio Mastandrea, colpevole di semplificare ogni problema.
Se il personaggio di Marta è caratterizzato con una precisione che lascia intravvedere ogni singola sfumatura, e con una pulizia che taglia ogni inutile abbellimento o fronzolo della trama, come storie d’amore accessorie, lo stesso non può dirsi di molti personaggi secondari. Viene da chiedersi come facciano persone come il venditore Lucio (Elio Germano), la capa Daniela (Sabrina Ferilli) e addirittura il direttore del call-center Claudio (Massimo Ghini) a innamorarsi o fidarsi di quella che nel loro mondo resta un’outsider anche se con un sorriso molto dolce. Di altri personaggi, poi, come la mamma della coinquilina Sonia, non se ne vede proprio la necessità.
Ultima nota al riguardo è il fatto che Marta si trovi di fatto ad essere l’unica laureata al call-center, in mezzo a un esercito di care ragazze che però hanno seri problemi con la grammatica italiana: questa unicità rischia di minare alla base l’intero significato del film. Film che per il resto scorre piacevolmente, con una struttura ben congnata fatta di rimandi e attenzione ai dettagli, a partire dalla sceneggiatura, che si chiude in un finale circolare. E se i meccanismi della struttura sono a tratti troppo palesi, non sono però mai fastidiosi: sono l’omaggio all’ossatura di una classica commedia all’italiana, su cui Virzì riesce a mettere un abito originale, semplice ma colorato e arioso.
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2 Commenti
1.
Heiko H. Caimi scrive il 01 Aprile 2008 alle 09:30
Bel film, ma un po’ ipocrita nei suoi assunti: gli unici che ce la fanno sono comunque sempre i laureati “cum laude” (e nel caso di Marta anche con abbraccio accademico), guarda caso scelti come protagonisti; nel call-center, a parte Marta, ci sono soltanto persone poco istruite, cosa che non corrisponde alla realtà attuale, che vede numerosissimi laureati barcamenarsi alla meno peggio per portare a casa qualche misero euro; l’atmosfera è, appunto, troppo alla Amelie per riuscire a graffiare davvero a fondo, anche se alcune intuizioni degli sceneggiatori sono davvero efficaci. Fuori luogo, poi, l’omicidio di Claudio.
2.
Giuliana scrive il 09 Aprile 2008 alle 10:53
Quasi d’accordo con il commento di Heiko, se si esclude un piccolo, insignificante particolare: la storia, decisamente lontana dall’essere una denuncia grottesca di una realtà evidentemente ignota a chi lo ha scritto e girato, dimostra una superficialità che ha dell’incredibile.
O forse no, considerando i precedenti film della premiata ditta Virzì-Bruni (e perché no? anche del rimpasto Virzì-Piccolo). Alla fin fine ci viene sempre propinata la stessa identica storia, con gli stessi identici personaggi, dove lo stesso identico protagonista inattivo e decisamente incolore osserva il mondo con un velato senso di superiorità, peraltro inesistente. Io questa ragazza non la vedo poi tanto in gamba. Non ha motivazioni rali e urgenza di lavorare in un call-center, non mi si spiega mai perché dopo essersi laureata non possa tornare a casa per prepararsi alle selezioni per il dottorato di ricerca, soprattutto quando a casa ha una madre che evidentemente adora e che ha una malattia terminale. Oltretutto c’è un terrificante effetto paperino che colpisce questa ragazza: pare che le abbia tutte lei. Va bene che i personaggi devono essere sempre messi nella peggiore condizione possibile, ma la sfiga iniziale di questa neo-laureata (che sta a Roma e che call-center a parte ha pure altre alternative, ma incredibilmente non le cerca… forse non ha tutta questa urgenza di sopravvivere…) è sinceramente troppo. Appena perde la stanza la tentazione è uscire dalla sala. Ed è capitato che qualcuno, a metà film, uscisse decisamente sconcertato. Non ho mai visto qualcuno uscire dalla sala mentre guarda un film che si presume del genere commedia.
Un po’ di costruzione dei personaggi e meno stereotipi avrebebro giovato molto di più alla storia.
Certo, sarebbe stato un altro film, meno sospeso tra realtà e fantasia. Ma i presupposti per la commedia ci sarebbero stati allo stesso modo. Magari una commedia molto più cattiva, davvero amara, meno superficiale e più attenta ai personaggi. E un vero strumento di denuncia intelligente.
Bah. Forse il mio problema è che in un call-center ci lavoro sul serio, e chissà come mai incontro quasi sempre laureati o madri di famiglia con problemi un po’ più pregnanti, sul luogo di lavoro…
Comunque consiglierei la lettura del libro cui il film si è MOOOLTO liberamente ispirato:
Il mondo deve sapere di Michela Murgia, che non ha la pretesa di raccontare una storia ma di denunciare una situazione specifica che non trova ancora una legge appropriata.