Un bacio romantico
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 26-03-2008
Tag:2046, David-Strathairn, In-the-Mood-for-Love, Jude-Law, My-Blueberry-Nights, Natalie-Portman, Norah-Jones, Rachel-Weisz, Un-bacio-romantico, Wong-Kar-Wai
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Elizabeth non vive molto bene la rottura della sua ultima relazione. Fa amicizia con il proprietario di un caffè, ma, anche se costui la cerca e la insegue, è convinta che l´unica cura per il suo cuore spezzato sia viaggiare e andare incontro alle storie delle persone che incontra. Conosce un poliziotto tormentato e la moglie che lo ha lasciato, in seguito una giocatrice d´azzardo che ha un grosso debito da pagare. Sono tasselli di un viaggio esplorativo del proprio io, prima di comprendere che la meta di tanto girovagare non era poi così tanto lontana già prima di partire…
Senza contare l´episodio La mano dal film collettivo Eros (che insisteva su un discorso che forse era meglio aver chiuso dopo il suo film più acclamato, In the Mood for Love), avevamo lasciato quattro anni fa Wong Kar-wai con 2046 abbastanza perplessi. Nel tentativo di portare avanti i personaggi del già citato In the Mood for Love in una maniera proustianamente calligrafica, tra realtà virtuale e momenti onirici, Kar-wai scadeva in un nostalgismo autoriale che non faceva riferimento ad altri che a se stesso. All´epoca della recensione per quel film scrivevamo che sarebbe stato bene se il regista l´avesse smessa con il decadentismo e si fosse messo a camminare con le proprie gambe, magari guardando avanti. Ebbene, a quanto pare con Un bacio romantico sembra averci dato ascolto: ha lasciato Hong Kong e ha filmato il suo primo film in lingua inglese – ambientato negli Stati Uniti –, ha preso come spunto un pretesto minimal e una leggerezza d´intenti, ha messo davanti alla cinepresa un volto nuovo, fresco e alieno alla recitazione come quello della cantante Norah Jones e ha sfornato il suo “viaggio al termine delle notti mirtillo”, dove anche i momenti più drammatici conducono ad una vaporosità del messaggio di fondo… bisogna tornare all´inizio del viaggio per capire che quello che cercavamo l´avevamo proprio sotto gli occhi.
Ed è proprio questo quello che ci sembra non funzionare in My Blueberry Nights e che ci lascia, ancora una volta, perplessi. Che si arriva alla fine e ci si chiede: perché? Perché un film che racconta una storia raccontata già tante e tante volte? Non che ogni opera debba essere necessariamente originale e innovativa, senza contare che anche storie trite e ritrite hanno un loro perché se a raccontarle c´è un grande narratore. Ma il problema di fondo di Wong Kar-wai è che abbiamo di fronte più un epigono di Michelangelo Antonioni, che di John Ford o Sam Shepard. Per cui, alla fine, quello che si vorrebbe salvare del film sono i colori ipersaturi del landscape americano e delle insegne di Las Vegas: un po´ troppo poco considerando che Kar-wai non riesce a raggiungere la statura di un Zabriskie Point e, soprattutto, arriva con qualche decennio di ritardo sul lavoro di rilettura e nostalgia autoriale fatto da Wim Wenders sul paesaggio americano. Ci assicurano che questa versione (96´) è stata accorciata di una ventina di minuti di panorami rispetto a quella vista a Cannes: chissà , forse così avrebbe avuto un respiro più ampio ed esistenziale, ora invece è sicuramente più sciolta e veloce. L´impressione è comunque quella di trovarsi di fronte a un inanellamento di buone performance degli attori (tutti strenuamente, professionalmente bravi: da David Strathairn a Natalie Portman, da Rachel Weisz a Jude Law), che però non era quello che interessava a chi stava dietro la macchina da presa. È valsa la pena rimandare per questo My Blueberry Nights il tanto annunciato e atteso remake di La signora di Shanghai? Forse no, chissà che confrontandosi con le ferree regole del genere, Wong Kar-wai non sappia ritrovarsi o, se non altro, ritrovare una sua identità registica.


